I CAPITOLO – JADEN –
Punizioni
Mi chiedo spesso che fine farà questa enorme casa in cui vivo, dove ogni
angolo e ogni spazio sembra ricordarmi ciò che più vorrei dimenticare.
Avere a propria disposizione due bagni, tre camere da letto e tutto lo
spazio del mondo non credo abbia molto senso, soprattutto quando si è in due
a dividere questo enorme silenzio.
Avrei voluto fuggire via, cambiare città, ricominciare da capo. Ma in fondo
non credo di averne mai avuto davvero il coraggio. Forse c’è ancora un filo,
un barlume di speranza in me che stupidamente mi spinge a restare e
aspettare che qualcosa cambi, che qualcuno attraversi quella porta e mi
dica: “Hei Jaden, è tutto finito, era solo un incubo. Andrà tutto bene”.
Andrà tutto bene. Quante volte me lo sono detto, quante volte me l’hanno
ripetuto. Eppure sono ancora qui che cerco di capire come sarà mai possibile
che un giorno le cose andranno per il verso giusto.
“Buon giorno Jad!” Condivido il mio spazio con la sorella minore di mia
madre e ciò rientra in una di quelle scelte fatte da altri per me, che ho
dovuto accettare ma che non mi entusiasmano molto. Lei ha trent’anni, è
single e si legge lontano un miglio che vorrebbe trovarsi a non so quante
miglia da qui. E come potrei biasimarla. Deve occuparsi di un diciassettenne
in un momento della sua vita in cui avrebbe dovuto pensare ad altro,
probabilmente anche ad una carriera. Provo pena per lei più di quanta non ne
provi per me stesso.
“Buon giorno Gwen, zia Gwen”
In famiglia l’avevamo sempre chiamata Gwen per la sua giovane età, era
difficile pensare a lei come ad una zia. Ma visto che ora era la mia
tutrice, mi sentivo in dovere di darle un qualche appellativo che la ponesse
ad un livello superiore, giusto per ristabilire i ruoli. Per farle fare la
parte dell’adulta.
“Jad ti ho preparato dei pancakes, spero ti piacciano. Non che io sia molto
brava in questo, ma spero non sentirai troppo la mancanza di quelli che
preparava Lilian!”
La cucina era un vero disastro. Sembrava che un esercito di soldati avesse
dato il via ad una guerra a suon di farina e uova. Gwen, mia zia Gewn
sembrava uscita da una fabbrica di dolci, durante il periodo natalizio. Ma
era settembre ed al Natale mancava ancora molto.
“Gwen va bene, sono sicuro che andranno bene.” Mentii per affetto o forse
per non ferirla troppo. “Cos’è questa puzza di bruciato?” Chiesi cercando di
individuare il punto esatto da cui aveva origine il fumo che si stava
diffondendo nella stanza.
“Oh mio Dio, il forno! Merda! Ho dimenticato di togliere il pollo per questa
sera!”
Ecco, mia zia era così, così incapace di prendersi cura persino di se
stessa. Aveva l’insana abitudine di cucinare al mattino cose che avremmo
mangiato la sera, diceva che così aveva tutta la giornata per fare spese,
per trovarsi un lavoro, insomma per ritagliarsi del tempo. Ed io mi
ritrovavo a mangiare pietanze riscaldate ogni santo giorno. Il che non mi
interessava molto, l’appetito era andato scemando negli ultimi tempi. Solo
che non ero sicuro fosse particolarmente sano.
Aprii le finestre per arieggiare la stanza, mentre lei si dava da fare con
un animale carbonizzato che forse un tempo avrebbe potuto essere un pollo,
ma ora in quelle condizioni, avevo una certa difficoltà ad identificarlo.
“Non preoccuparti zia, questa sera potremmo mangiare da Joe’s o prendere
cibo d’asporto, se ti va.”
Joe’s era diventato il nostro negozio preferito. Cucinavano degli hamburger
favolosi e delle patate fritte da urlo. Ma anche questo non credo fosse
molto sano.
“Mmh, credo davvero che prenderò del cibo da portar via. Hamburger e
patatine?” Mi chiese, mentre componeva il numero della tavola calda. In una
famiglia normale sul supporto del telefono appeso al muro ci sarebbero stati
i numeri di emergenza: il 911 , i vigili del fuoco, l’ospedale. Noi avevamo
anche il numero di Joe’s. Beh, a pensarci bene per noi quella era
un’emergenza. “Vada per le patatine” Dissi mentre cercai di individuare dove
fossero finiti i pancakes di cui zia Gwen stava parlando.
“Oh Joe , si sono io Gwen. Il solito, passo alle sette e trenta. Si, va
bene. Ti ringrazio.” Poi continuando ad avere la cornetta in mano, mi disse:
“Sono lì, sulla destra”. Immaginai stesse parlando della mia colazione. Le
sorrisi per gentilezza, ma avrei voluto urlare.
“Ah Joe davvero, non so, non credo sia una buona idea”
Le sue conversazioni con Joe duravano sempre un’eternità, a volte avevo il
sospetto che lui ci stesse provando con mia zia. In fondo è un uomo
affascinante o così dicono. Mia zia è molto bella, di quelle che sembrano
uscite da un catalogo di alta moda, certo questo quando non era tra i
fornelli, con i capelli arruffati e la farina dappertutto. Aveva molto in
comune con mia madre Lilian: i capelli biondo cenere, gli occhi azzurri e
dei lineamenti molto delicati. Insomma più o meno le stesse cose che anche
io avevo ereditato da loro, l’unica differenza è che su di me questi
particolari non credo avessero lo stesso effetto.
Pensandoci bene dubito che mia zia avrebbe mai accettato la corte di Joe,
lei era abituata ad altri standard. Ogni estate quando veniva a trovarci, ci
presentava il suo nuovo compagno. Erano tutti uomini ricchi, affascinanti e
con il solito difetto di essere sposati ma sul punto di separarsi. Salvo poi
scaricarla quando le cose diventavano più serie. Lei attirava questo tipo di
uomini come una calamita. Mia madre la rimproverava spesso ed io mi chiedo
come mai abbia potuto scegliere proprio lei come mia tutrice. Non che non le
volessi bene o che avesse qualcosa che non andasse, solo che avevo la netta
sensazione di essere io quello che si occupava di entrambi.
“Jade allora?” Mi chiese sedendosi al lato opposto del tavolo e fissandomi
con un aria interrogativa, come se attendesse da me la rivelazione
dell’anno.
“Allora cosa?” Non avevo la più pallida idea di cosa stesse pensando.
“I pancakes, ti piacciono?”
“Ah i pancakes! Ma certo, sono ottimi!” Mentii spudoratamente. In questo mia
madre era imbattibile, ma sapevo che dicendogli la verità avrei affondato il
coltello nella piaga e non mi andava di sminuire così tutta la sua fatica.
Perché anche se in cucina era una schiappa, di sicuro ce la stava mettendo
tutta, ed io apprezzavo lo sforzo.
“Bene, allora domani mattina ne farò altri.” Dopo questa confessione mi
pentii della bugia appena detta. Forse se le avessi confidato come stavano
le cose, non mi avrebbe torturato anche il giorno dopo. L’unica speranza era
che col tempo potesse migliorare. Ma nel frattempo che avrei fatto per
sopravvivere?
“Oggi andrò a trovare Lilian, vieni anche tu?”
“No, devo vedermi con … Chaz …”
“E’ la stessa cosa che hai detto la settimana scorsa. Io posso anche far
finta di crederti Jaden, ma non credo ti sarà molto utile questo
atteggiamento” Il suo volto si fece serio, sembrava quello di mia madre
quando stava per dirmi qualcosa di importante.
“Non me la sento. Non ora.” Questa era la verità. Mia madre si trovava in un
ospedale psichiatrico e l’ultima cosa che volevo era vederla chiusa lì
dentro, consumata dalla sua malattia. Volevo conservare vivido il ricordo di
lei sorridente, di lei felice, di lei che gira per casa canticchiando, come
era solita fare.
“Prima o poi dovrai farlo Jaden. Lei è tua madre.” Avrei preferito che mia
zia non prendesse questo argomento con me, ma non so come, si sentiva sempre
in obbligo di spronarmi e spingermi ad affrontare i miei tabù. Probabilmente
il suo era solo un modo per prendersi cura di me, io però volevo essere
lasciato in pace.
“Meglio poi.” Risposi secco, quasi glaciale. Lei deve aver notato che non
ero predisposto verso quel tipo di conversazione e passò oltre.
“Ah, nel tardo pomeriggio non ci sarò. Andrò in centro a vedere se è saltato
fuori un lavoro.”
“Per me non è un problema zia. Viviamo insieme perciò puoi usare i soldi che
ci sono.”
“Si, lo so, tu sei molto gentile. Ma sai, è una questione di orgoglio
personale. Io ho sempre lavorato e avrei bisogno di rimettermi all’opera”
Mia zia faceva la giornalista. O meglio faceva la giornalista quando viveva
a New York. Scriveva articoli per un giornale di notizie on-line. Era la sua
passione. Poi, quando mio padre sei mesi fa morì e mia madre si ammalò poco
dopo ed io rimasi solo, fu catapultata a Grensteere, un paesino talmente
piccolo che esisteva una sola testata giornalistica e ovviamente non
pubblicava articoli via internet. Ma forse la cosa più deprimente per lei
era che qui non accadeva nulla e anche se l’avessero assunta si sarebbe
trovata a scrivere articoli sulla pioggia, sul sole, sul raccolto o su
qualche pettegolezzo di paese. Direi poco entusiasmante persino per me. Però
lei non si perdeva d’animo e provò ugualmente a fare domanda. A volte mi
sentivo così in colpa per averla costretta mio malgrado a trasferirsi in
questo angolo di mondo dimenticato da tutti, perché ovviamente avrei potuto
andare io da lei, ma credo abbia deciso di sacrificarsi per evitarmi un
ulteriore cambiamento drastico. Non so però se l’avrei preferito. L’unica
cosa che mi faceva stare meglio era sapere che questo era l’ultimo anno di
scuola, poi me ne sarei andato al college e lei sarebbe stata libera di
tornare alla sua vita. A volte la immaginavo nella sua camera da letto che
segnava con una croce i mesi che passavano, come chi è in galera e fa una
tacca per ogni giorno in meno da scontare.
Il suono del clacson fuori nel vialetto, mi riportò alla dura realtà: dovevo
andare a scuola.
Per tutti io ero sempre stato uno studente piuttosto responsabile e la
scuola tutto sommato non era un peso. Questo fino a quando la mia mente fu
libera dai pensieri. Adesso anche solo l’idea di aprire il libro mi costava
molta fatica, perché non riuscivo a trovare la concentrazione adatta.
Sono quasi convinto che lo scorso anno i professori chiusero un occhio o
anche due, sorvolando sulle mie defaiance. Ma oggi era il primo giorno di
scuola, il primo dell’ultimo anno alla Grensteere High School e anche il
primo in cui avrei rivisto Casey dopo la pausa estiva.
Sperai ardentemente che Chaz avesse avuto il buon senso di venirmi a
prendere da solo per evitarmi l’imbarazzo di rivederla e di doverla salutare
come se niente fosse. Appena misi il piedi fuori casa ebbi l'ulteriore
conferma che Chaz era il mio più caro amico e che probabilmente conosceva i
miei pensieri senza che io avessi bisogno di tirarli fuori: lei non c’era.
“Hei Jaden, come va?” Con un lancio preciso, scaraventò il suo zaino pieno
di libri sui sedili posteriori.
“Ah, bene.” Ormai davo a tutti la stessa identica risposta, perché era ovvio
che era quello che tutti si aspettassero che io dicessi.
“Certo, come no!” Tutti tranne Chaz che mi guardò quasi compassionevole. Poi
riprese subito vigore e sbirciando dallo specchietto retrovisore aggiunse:
“Tua zia è uno schianto!”
“Chaz, ti prego! Sei insostenibile!”
“Beh, ho solo detto che è molto sexy e questa è una cosa che chiunque può
confermare. Peccato abbia tredici anni in più del sottoscritto.”
Non colsi la provocazione e spostai l’attenzione sulla mia situazione
sentimentale: “Oggi la rivedrò.”
“Sai, stavo contando i secondi che avresti impiegato per tirare fuori
l’argomento Casey, e mi hai sorpreso!”
“Perché?”
“Hai atteso addirittura venti secondi. Io ti davo per spacciato a dieci.”
Disse con un ghigno.
E come potevo non pensarci. Conoscevo Casey da quando avevo 6 anni. Io, lei
e Chaz passavamo tutto il tempo insieme, erano i miei due punti di
riferimento.
Andò tutto bene fino a quando non mi accorsi di essermi innamorato, a quel
punto le cose si complicarono e di molto. Io e Casey dopo dieci anni di
amicizia iniziammo a frequentarci e a vederci sotto una luce diversa, il che
rendeva tutto così strano. Era imbarazzante ed eccitante allo stesso tempo
baciare una persona che ti conosce più di quanto tu conosca te stesso.
Sono abbastanza convinto che le cose sarebbero andate bene ancora per molto
se non avessi dovuto affrontare due enormi tragedie: la morte di mio padre,
che di per se era già abbastanza e la malattia di mia madre, che
obiettivamente, mi diede il colpo di grazia.
Fu allora che decisi di troncare con Casey, non perché non l’amassi più, ma
semplicemente perché non ero più capace di amarla come lei meritava. Ammetto
che detta così suoni un po’ strano, ma sentivo che tutte le mie energie le
stavo usando per mantenermi a galla nell’immenso vuoto che mi stava
risucchiando.
Improvvisamente non ci fu più spazio per lei, non ne avevo la forza.
Chaz mi ripeteva spesso che stavo facendo l’errore più grande della mia
vita, che avrei dovuto dare fiducia a Casey, che mi sarebbe stata d’aiuto.
Il problema è che io non volevo che lei sprofondasse giù insieme a me e mi
fermai proprio in quel punto in cui, credo, almeno avrei potuto lasciare in
vita la nostra amicizia. L’idea era questa, ma dopo la nostra ultima
conversazione non ebbi poi molte occasioni di parlarle. L’estate contribuì
ad allontanarci visto che lei la trascorse da suo padre, al mare e le nostre
e.mail, le telefonate, divennero sempre più brevi e sporadiche.
Improvvisamente sembrava che non riuscissimo più a trovare le parole, noi
che per dieci anni non avevamo fatto altro che raccontarci ogni avvenimento,
dal più significativo al più stupido, eravamo finiti in quello che io
chiamavo “mutismo” post relazione.
La cosa che mi rendeva il cuore più leggero era sapere che almeno Chaz
continuava a far parte della sua vita esattamente come prima. Ammetto di
aver provato anche un po’ di gelosia per questo, ma sapevo che era giusto
così.
“Jaden, ci sei?” Chaz mi riportò al presente. “Mi dispiace non volevo
ferirti, stavo solo scherzando.”
“No Chaz, è tutto ok. Solo …” Feci una pausa, quasi non mi sentivo in
diritto di chiederlo. “Lei come sta?”
“Beh, la conosci. Ne abbiamo già parlato tante volte, all’inizio se l’è
vista brutta, ha pianto, ha urlato, ha smesso di mangiare, ha discusso con
sua madre, insomma tutte quelle cose che fanno le ragazze mollate. Ma poi ha
tirato fuori gli artigli, come fa sempre.” Fece spallucce. Poi vedendo che
non chiedevo altro, mi disse la cosa più sbagliata che potesse dirmi in quel
momento: “Gli manchi sai.”
Ecco, perfetto. Già era abbastanza sentirsi in colpa per il modo in cui era
finita, sapere che io le mancavo, acutizzava ancora di più il mio malessere.
Non lo meritavo. O meglio, lei meritava di andare avanti con la sua vita e
non di rimanere imprigionata nella mia.
Arrivati a scuola mi sentii come in trappola. Non avevo scuse, dovevo
affrontare quello che avevo lasciato in sospeso. E’ proprio vero che per
quanto si fugga, prima o poi si devono fare i conti con il proprio passato.
Affianco alla nostra auto parcheggiarono le sorelle Elwood. Non potetti fare
a meno di notarlo, perché arrivarono nello stesso istante in cui io scesi
dall’auto.
“Hai visto chi c’è?” Dissi a Chaz sforzandomi di non ridere.
“So dove vuoi arrivare e non ho alcuna intenzione di intavolare questo
discorso con te” Mi rispose inserendo l’antifurto senza neanche guardarmi in
faccia.
“Bhe, non sarà una tragedia se in tutta la scuola una sola ragazza ha osato
rifiutare un appuntamento con te.” Continuai a prenderlo in giro. La verità
è che Chaz attirava su di se l’attenzione dell’universo femminile con una
certa facilità, rassicurando il suo ego tormentato. Durante l’estate si
trasferì a Grensteere la figlia degli Elwood, insieme a suo marito e alla
loro prole tutta al femminile. Chaz mise gli occhi su Samantha, che lo
rispedì al mittente senza troppi complimenti. Credo proprio che la visse
come un affronto personale. Ben presto però ci rendemmo conto che, sebbene
queste sorelle fossero di una bellezza disarmante erano anche alquanto
strane. Non amavano affatto la città di Grensteere e non le si vedeva molto
in giro.
Nel giro di qualche settimana iniziarono a circolare strane voci sul loro
conto e sul loro castello secolare, costruito al centro del bosco di questo
piccolo paesino. C’era persino qualcuno che giurava di averle viste compiere
riti satanici, sacrificando animali di ogni specie.
“Lei non mi ha rifiutato.”
“Ah, davvero? Se non sbaglio le parole usate sono state: insolente, testardo
e sbruffone?” Questa volta non riuscii a trattenermi dal ridere.
Poi il mio sguardo si posò altrove e la vidi. Il cuore si fermò e poi
accelerò all’improvviso, sembrava impazzito. E’ solo Casey, dissi a me
stesso, ma non riuscii a calmarmi. Lei era lì, in piedi che parlava con
alcune compagne di corso, tra cui riconobbi Alexis, quella che si avvicinava
di più alla definizione di amica per Casey.
Sorrideva, si lei sorrideva. Questo mi rese felice. Mi parve di essere in
una sorta di film a rallentatore, camminavamo verso di lei, ma sembrava non
arrivassi mai. I suoi capelli castani durante l’estate erano cresciuti
ancora, fin sotto le spalle e anche di più. Il modo in cui li pettinava,
sciolti e liberi, quasi ribelli, le conferivano un’aria così fresca,
sbarazzina. I suoi perfetti occhi verdi sembravano assecondare il suo
sorriso delicato e le sue fossette circondavano di tanto in tanto la bocca,
quando le labbra si allungavano per lasciar spazio a pura e semplice
ilarità.
Quando i suoi occhi incrociarono i miei, quel sorriso si spense e
improvvisamente si fece seria. Salutò il suo gruppetto di amiche e si fece
largo tra la folla, dirigendosi verso di noi.
“Ciao.” sussurrò.
“Ciao.” Risposi imitandola.
“Bene, questo immagino sia il momento in cui l’amico più caro esce di scena
con una scusa, e vi lascia soli a colmare quel vuoto che ognuno ha lasciato
nella vita dell’altro.” Nessuno dei due badò alle parole di Chaz in quel
momento.
“Come stai?” Mentre Casey mi parlava, con la coda dell’occhio lo vidi
scuotere la testa ed allontanarsi mentre rideva, probabilmente di noi due.
“Bene.” Mentii anche a lei.
“Perché qualcosa mi dice che non sia proprio così?” I suoi occhi erano
penetranti, come avevo fatto a dimenticarlo?
“Allora diciamo che non sto bene, ma che non mi va di parlarne” Sorrisi per
non sembrare scortese.
“Ecco, questa è una risposta che mi farò bastare” Sorrise anche lei.
“Avrei voluto chiamar …” Parlammo all’unisono.
“Ok, va bene, prima tu” L’imbarazzo tra noi era piuttosto palpabile e le
lasciai l’onore di aprire le danze.
“No, dai, ti ascolto” Mi restituì la palla al balzo.
“Bene … Chaz mi ha detto che sei stata da tuo padre quest’estate” Che frase
cretina, pensai. Ma cosa potevo dirle?
“Eh, si. Dopo tanto si è ricordato di avere una figlia. Ma era tutta una
farsa, quando sono arrivata in California lui era sempre impegnato, il
lavoro, gli affari, in pratica ha avuto modo solo di scaricarsi la
coscienza. Direi che non vincerà il premio come migliore padre dell’anno!
Fortunatamente c’è Greg che ha saputo sostituirlo più che degnamente,
evitandomi di farmi sentire un’orfana di …” Si bloccò, consapevole della
gaffe che aveva appena fatto.
“Casey tranquilla, rilassati. Puoi parlarmi di tuo padre, non c’è problema”
In un attimo ricordai ciò che più mi irritava nell’atteggiamento di chi mi
stava vicino. Quel loro continuo controllo delle mie reazioni alle loro
frasi. Quel continuo stare attenti a cosa dire e cosa non dire, per non
ferire la mia sensibilità.
“No è che … Tu che hai fatto, quest’estate?” Tagliò netto il discorso.
“Sono uscito con Chaz, ho badato a zia Gwen affinché non demolisse la casa e
poi sono uscito ancora con Chaz.” Effettivamente non avevo molto da
raccontare. Le mie giornate trascorrevano noiose e lente. L’unico diversivo
per me erano le serate con il mio migliore amico, se non fosse stato per
lui, sarei diventato un vegetale.
Ci fu un interminabile attimo di silenzio. Lei guardava a terra ed io
guardavo lei.
“Ascolta Jaden.” Tornò a guardarmi negli occhi “Possiamo stare qui a parlare
come due cretini e a girarci intorno quanto vogliamo, ma dubito che le
nostre conversazioni potranno avere un senso.” Sentivo che Casey stava per
tirare fuori uno di quei discorsi che potrei definire seri, impegnati.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo, ma perché proprio adesso? “Quello
che intendo dire è che io non posso stare qui a far finta che tutto sia
normale, parlare del più e del meno come se l’anno appena trascorso non
abbia significato niente. Perché non è così.”
“Casey non credo che sia il momento giusto per …”
“Jad, il problema è che con te non è mai il momento giusto. Ma guardaci,
prima bastava uno sguardo per capire cosa pensavamo, adesso sono qui che ti
osservo e non so che fine tu abbia fatto. E lo sai perché siamo arrivati a
questo punto?”
“Immagino sia colpa mia e mi dispiace, davvero mi dispiace” Ero sincero.
“Non è questo il punto. Quello che sto cercando di dire è che tu sei sempre
stato presente nella mia vita, una presenza importante. Non voglio
risvegliarmi tra cinque o sei anni e non ricordare più nemmeno il tuo nome.”
I suoi occhi verdi diventarono umidi, ma non avrebbe pianto.
“Non accadrà Casey, te lo prometto.” Non avrei mai permesso che ciò potesse
accadere.
“Allora non uscire dalla mia vita così. So che è un momento difficile per e
se pensi che non essere coinvolti sentimentalmente ti faccia bene, io lo
capirò. Ma non cancellare i dieci anni di amicizia. Non fa bene a te e non
fa bene neanche a me.”
Le presi il viso tra le mani, la guardai intensamente. “Ci proverò.” Poi
l’abbracciai forte, come se avessi paura che fuggisse via. Ma non l’avrebbe
fatto di certo. Forse avevo solo paura di leggere la delusione nei suoi
occhi, dirle semplicemente che avrei tentato di non scomparire di nuovo, non
era esattamente la stessa cosa di dirle che avevo sbagliato e che avrei
rimediato a tutto. “Dobbiamo andare.” Mi disse con un filo di voce, rompendo
l’incantesimo del momento.
“Già, la campanella”
E così ricominciava il mio primo giorno di scuola. Le premesse non erano il
massimo, sarebbe stato faticoso, lungo e pesante. Soprattutto lungo.
Prima ora di lezione: letteratura inglese. Il Professor Brown non era per
niente il mio tipo di professore ideale. Lo trovavo noioso, monotematico e
soprattutto era convinto di leggere le poesie come un vero artista, salvo
diventare una sorta di sonnifero per tutta la classe.
Io e Casey avevamo la stessa lezione alla stessa ora. Il destino a volte
rema contro. Fortunatamente o sfortunatamente non capitammo nello stesso
banco, perché arrivammo tardi ed erano quasi tutti in aula. Lei non mi
guardava, non si voltò neanche a vedere dove fossi finito, ragion per cui mi
resi conto che non era quello il modo in cui aveva pensato che sarebbe
finita la nostra conversazione mattutina. Probabilmente nella sua mente
aveva immaginato che io avrei ammesso i miei errori, che le avrei confessato
di amarla ancora, che poi a dirla tutta non si discostava molto dalla
realtà. Solo che a volte questo non basta. Se davvero volevo salvare il
nostro rapporto, dovevo prima salvare me stesso.
Eppure mi sentivo in colpa, tremendamente in colpa.
Il professore iniziò la sua lezione presentandoci la nuova arrivata, la
sorella di colei che aveva risposto picche all’invito galante di John. Mi
venne da ridere pensando che forse lui, in un’altra aula stava vivendo la
stessa scena con l’altra delle Ellwood.
“Bene, lei si chiama Blome Ellwood e frequenterà l’intero anno scolastico
con voi.”
“Salve” Disse rivolgendosi alla classe. Da vicino sembrava un angelo: i suoi
capelli erano ondulati e biondi, talmente biondi da sembrare quasi bianchi.
I suoi occhi erano celesti, il che non era raro dalle nostre parti, ma
sembravano più chiari del normale, un insolita tonalità di celeste potrei
dire. La sua pelle era bianca, come i vestiti che indossava. L’impressione
che dava era di avere di fronte un fascio luminoso, un’apparizione
celestiale. A vederla così, mi chiesi come aveva fatto la gente a pensare
che lei potesse essere una strega.
Peccato fosse così scontrosa. Per tutta l’estate non aveva stretto amicizia
con nessuno.
Si sedette al primo banco, vicino la finestra e dopo il saluto iniziale non
la sentii più dire neanche una parola.
Mi accorsi che Casey mi stava guardando con circospezione, forse aveva
notato il mio indugiare sulla nuova arrivata. Appena i miei occhi
incrociarono i suoi, si voltò imbarazzata e scommetto che le sue guancie si
siano colorate di rosso, come avveniva ogni volta che si trovava ad
affrontare una situazione che la metteva a disagio.
“Casey!” Bisbigliai nel tentativo di chiamarla a bassa voce. Il professore
stava leggendo una poesia che aveva scritto durante l’estate. Era di una
noia mortale. Diceva che era il suo augurio per il nuovo anno scolastico ma
per me sarebbe bastata una frase del tipo “mettetecela tutta, ragazzi!”.
Casey non mi sentiva, o forse non voleva parlare con me? Provai a chiamarla
di nuovo, dovevo dirle quello che non ero riuscito a dirle questa mattina,
che non avrei solo provato a ricostruire la nostra amicizia, ma che ce
l’avrei messa tutta. “Casey!” Non volevo correre il rischio che dopo la
lezione si unisse alle sue amiche e che perdessi l’ennesima occasione di
parlarle seriamente.
Non so come avvenne, non so in che momento preciso, ma il Professor Brown
captò i miei richiami al posto della reale destinataria e probabilmente,
colpito nell’orgoglio di poeta bistrattato, pronunciò il mio nome con un
tale impeto da farmi sussultare sulla sedia.
“Signor Hughes!” Ci chiamava per cognome quando voleva ristabilire l’ordine
gerarchico insegnante-stidente. “Se la mia poesia l’annoia, può anche
accomodarsi fuori dall’aula.”
Con la mano mi indicò il punto esatto in cui si trovava la porta. In quel
momento provai un forte imbarazzo, perché nel giro di pochi secondi tutti
gli occhi della classe si voltarono ad osservarmi, sghignazzando e
sogghignando.
Anche Casey mi guardava, ma lei non rideva di me. Lei aveva un’espressione
piuttosto contrita.
“Mi dispiace signor Brown, non accadrà più.” Volevo che quel momento finisse
subito.
Ma evidentemente il professore non fu del mio stesso parere e credo, fosse
anche tra quella schiera di docenti, che non abbia molto apprezzato la mia
promozione dell’anno passato, perché aggiunse qualcosa che avrei preferito
non sentire dalla sua bocca e dalla bocca di nessuno:
“Signor Hughes, la avverto. Non creda che quest’anno proveremo ancora a
giustificarla. Se non studierà esattamente come i suoi compagni, rischierà
di essere rimandato. La sua storia non sarà un alibi per la sua strada verso
il college!”
Non riuscivo a credere che mi avesse detto una cosa del genere. Dentro di me
scattò una molla, una scintilla e iniziai a vedere tutto rosso fuoco. Sapevo
che l’anno passato ero stato graziato, ma non aveva nessun diritto di
dirmelo in quel modo e soprattutto non davanti a tutta la classe. La mia
vita privata dipanata così, davanti ad un pubblico che ne avrebbe fatto il
pettegolezzo della settimana era qualcosa che mi mandava in fumo il
cervello.
“Lei non ha nessun diritto!” Risposi alzandomi in piedi, istintivamente,
senza pensare alle conseguenze.
“Come si permette Hughes, si sieda immediatamente!” Sentenziò con la sua
bocca circondata dalla barba ingiallita.
Senza neanche rispondere presi le mie cose, le rimisi nello zaino ed ero
pronto ad andarmene. Dovevo uscire dall’aula per placare la mia prorompente
voglia di stenderlo con un pugno nel pieno della sua faccia irritante. Anche
se, a pensarci bene, io non avevo mai preso nessuno a pugni.
“Jad, che fai?” Mi bisbigliò Casey, evidentemente preoccupata.
Ma ero troppo agitato. Non le risposi.
“Dove crede di andare Jaden?” Incalzò il professor Brown.
“Fuori dall’aula!” Risposi con lo sguardo truce.
“Bene, allora porti con se questo modulo.” Riconoscevo quel foglio, era
quello che ti spediva dritto in presidenza. “Prego” Me lo porse. Guardai un
ultima volta Casey che sussurrò un mi dispiace tra le labbra. Prima di
uscire dall’aula decisi di lasciare altro materiale interessante di cui
parlare la prima settimana di scuola, tanto ormai era ovvio che sarei stato
al centro della loro attenzione esattamente come l’anno passato.
“Tanto per mettere in chiaro una cosa, io non ho bisogno di alibi, non ne ho
mai avuto e mai ne avrò. Lasci fuori la mia famiglia perché la prossima
volta non mi limiterò ad andarmene.”
“Cos’è una minaccia?”
“No, un avvertimento.” E uscii voltando le spalle a tutti. Un applauso ci
sarebbe stato bene, ma era evidente che nessuno la pensava come me. Avevo
osato sfidare il potente professor Brown, con ogni probabilità i ragazzi si
stavano chiedendo se mi avrebbero torturato o frustato in pubblica piazza
per un simile affronto.
Come primo giorno di scuola direi che andavo alla grande.
Arrivato in presidenza consegnai il modulo alla signorina Carol. Lei lo
raccolse, forse con la convinzione si trattasse di una giustificazione o
qualcosa del genere, quando si accorse che mi ero ficcato nei pasticci, mi
guardò a bocca aperta. “Ah, Jaden … mi dispiace.” Furono le uniche parole
che mi rivolse ma sapevo che avrebbe voluto aggiungere anche un non me
l’aspettavo da te, che fortunatamente si tenne per se.
Mi fece accomodare in attesa che il preside mi ricevesse. Per me era
piuttosto imbarazzante dover parlare con il signor Shaw, il preside della
scuola, visto che si trattava del padre di Chaz, colui che mi aveva visto
saltellare a casa sua dall’età di sei anni. Nonostante questo però, non era
una persona che suscitava in me molta simpatia, forse condizionato anche dai
racconti del mio amico, che non lo teneva esattamente su di un piedistallo
come di solito i figli fanno con i propri genitori.
Dopo qualche minuto arrivò il Professor Brown, immagino dovesse raccontare
cosa avevo osato dire e chissà quanto di suo avrebbe aggiunto. Nel frattempo
era suonata la campanella ed io mi stavo perdendo l’ora di ginnastica. Se
non era sfortuna questa!
Passarono dieci minuti ed il Professore uscì, mi guardò e scosse la testa
come volesse dire mi chiedo come ti sia saltato in mente, e andò via.
La signorina Carol mi invitò ad entrare. Le feci un mezzo sorriso ma
iniziavo a sentire il cuore in fase di accelerazione. Dov’era finito tutto
il coraggio che avevo mostrato pochi istanti prima?
“Jaden” Mi disse il preside Shaw appena mi vide, indicandomi la sedia dove
potevo sedermi. “Dunque, il Signor Brown mi ha raccontato lo spiacevole
episodio.” Tamburellava con le sue dita sulla sua scrivania, perfettamente
in ordine. “Capisco le tue ragioni ragazzo, ma non puoi rivolgerti ad un
adulto usando quel tono.” Poi fece una pausa. “Hai qualcosa da dire?”
“Non credo che il professore abbia il diritto di tirare in ballo la mia vita
privata davanti alla classe, per cui, no, non ho niente da aggiungere.”
“Capisco.” Smise di tamburellare. Si fece serio. “Oggi passerai il resto
delle ore scolastiche in biblioteca, a riflettere. Spero che si sia trattato
di un episodio isolato e che non si ripeta.”
Alzai gli occhi al cielo scuotendo la testa.
“Jaden, mi dispiace per tutto quello che stai passando. Se ci fosse qualcosa
che io possa fare per te …”
“No, sto bene. La ringrazio. Ora posso andare?”
“Si, puoi andare.” E mi guardò con aria così compassionevole da farmi venire
il voltastomaco.
Pur con un senso di nausea soffocante, mi avviai verso il posto
prestabilito.
In biblioteca c’erano anche altri ragazzi, due o tre per l’esattezza. Si
trattava di Poul, Greg e John. Loro avevano una specie di abbonamento fisso,
iniziavano dal primo giorno e finivano lì ad intervalli di due o tre ore. Mi
sentivo un pesce fuor d’acqua e soprattutto vittima di un’ingiustizia. La
punizione consisteva in una ricerca da fare sui personaggio presenti
nell’opera “Romeo e Giulietta” di Shakespeare, soffermandomi soprattutto su
quegli elementi che rendono un amore impossibile. Che gran scocciatura,
pensai.
Mi accomodai in uno dei tavoli liberi, stando ben lontano dagli altri tre
compagni di galera, per cercare di finire il compito nel più breve tempo
possibile. Ma la rabbia che avevo dentro continuava a ribollirmi nello
stomaco. Poi ripensai al viso di Casey, al modo in cui mi aveva guardato,
un’espressione così triste e preoccupata, che di nuovo provai un forte senso
di colpa, così forte da calmare il mio evidente stato di agitazione.
Era passata un’ora. Avevo quasi terminato, quando vidi entrare con una certa
disinvoltura il mio amico Chaz. Salutò la custode della biblioteca, diede
una pacca sulla spalla di Greg e mentre gli altri lo salutarono con un
enorme sorriso compiaciuto, lui tutto gongolante venne a sedersi di fronte a
me.
“Tu che ci fai qui?” Gli chiesi senza riuscire a nascondere una certa
sorpresa.
“Ah, beh, diciamo che volevo vedere se tutto era rimasto come l’avevo
lasciato lo scorso anno” Poggiò la testa sulle sue braccia incrociate dietro
la nuca e mise i piedi sul tavolo.
“Chaz, davvero, come sei finito qui?” Non ho mai capito se Chaz era davvero
così impulsivo o lo facesse apposta per ferire suo padre, ma il fatto era
che puntualmente ne combinava una delle sue.
“Ho visto Casey a mensa, mi ha raccontato tutto e ho pensato di farti
compagnia” Tornò a sedersi composto.
“Tu hai qualche problema, lo sai?” Mi venne da ridere, le sue prove
d’amicizia a volte erano così bizzarre.
“Anche tu, da quello che vedo. Ma Jaden, se le cose sono andate come ho
sentito nel bagno dei ragazzi, beh devo dire che tu sei un grande!” Aveva
un’espressione dipinta sul volto che rasentava l’ammirazione.
“Ma non avevi parlato con Casey?” Lo guardai con circospezione.
“Si, ma lo sai com’è fatta, ha un debole per te e ho pensato che avesse
potuto aggiungere particolari che aveva visto solo lei, sai l’amore fa di
questi scherzi. E invece, sorpresa: era tutto vero!”
“Io non lo trovo molto divertente sai. Anzi questa è decisamente una
giornata da cancellare!” L’entusiasmo di Chaz era disarmante.
“Scherzi, questa è una giornata da scrivere sugli annali della scuola.”
“Di un po’, tuo padre come l’ha presa?” Sapevo che per le punizioni il
Preside Shaw era una tappa fondamentale, anche se eri suo figlio.
“Mmmm … dunque, vediamo. Credo abbia usato più o meno queste parole:
irresponsabile, una vergogna per la famiglia, e poi ha concluso dicendo che
sono proprio uno stupido. Direi che è andata bene, di solito ci va giù più
pesante.”
“E’ solo il primo giorno!”
“Già sarà per quello.”
Chaz a volte mi faceva una gran pena, suo padre riusciva a disintegrare
tutta la sua autostima. Non lo dava a vedere, ma sono sicuro che le sue
parole lo ferissero profondamente. Forse è per questo che cercava di sfogare
la frustrazione con ciò che gli riusciva meglio, le ragazze. Lui aveva quel
non so che, per cui tutte cadevano ai suoi piedi. Era inevitabile, prima o
poi qualcuna passava tra le sue braccia, lui la frequentava un po’, si
stancava e la mollava. C’era tutta una serie di cuori infranti che avrebbe
voluto farlo a pezzetti. Ma lui in un modo o nell’altro, riusciva a rimanere
amico di tutte, era impossibile avercela con Chaz troppo a lungo.
L’unica ragazza che sapeva redarguirlo per bene era Casey, era davvero
divertente vederlo abbassare gli occhi e pronunciare il mea culpa quando era
lei a bacchettarlo. Neanche io avevo questo ascendente su di lui.
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