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CAPITOLO II – Jaden – Strani Incontri

Quando la punizione terminò, io e Chaz uscimmo dalla scuola come fossimo due galeotti premiati per buona condotta: respiravamo l’aria!
Il sole era ancora splendete in cielo, ma delle folate di vento gelide ci stavano annunciando che l’autunno sarebbe arrivato di lì a poco. Mi strinsi nel mio giubbotto di pelle blu, sperando di placare un po’ i brividi su tutto il corpo.
“Allora, questa sera ti va di uscire, avevo pensato al cinema oppure potremmo andare a mangiare qualcosa in centro. Se ti va.” La proposta di Chaz sarebbe stata piacevole, se non fosse che per oggi ne avevo avuto abbastanza. Per tutti questi mesi lui non mi aveva mai perso d’occhio, era la mia ombra. Il suo controllo quasi spasmodico del mio stato di salute psichico a volte era un tantino soffocante, ma mi faceva sentire sicuro.
“A dire la verità questa sera avevo pensato ad una doccia e a del buon cibo caldo prima di andare a dormire.” Per un attimo il programmino che avevo appena descritto mi sembrò piuttosto allettante, ma poi ricordai la conversazione con mia zia e il cibo d’asporto che probabilmente mi stava già aspettando sul tavolo della cucina.
“Sei sicuro, perché se ti va di fare qualcosa …” Disse accendendosi una sigaretta distrattamente.
“Si, sono piuttosto stanco.” Aggiunsi cercando di mandare via con la mano il fumo che proveniva dalla sua parte. “Ma quando smetterai?”
Chaz ignorò la mia domanda e sfilò le chiavi dell’auto dal taschino del suo cappotto, poi si bloccò all’improvviso come se avesse visto un fantasma.
Appoggiata alla portiera della sua auto c’era Julia Sheen, una moretta del quarto anno, che Chaz frequentava da qualche settimana. Una ragazza a modo, gentile e anche piuttosto carina. Lo stava aspettando e lo guardava con aria truce.
“Sbaglio o Julia sta aspettando proprio te?” Gli chiesi divertito.
“Sembrerebbe proprio così.” Disse buttando via la sigaretta e procedendo a passi lenti.
“C’è qualcosa che dovrei sapere?” Gli chiesi con aria sospettosa.
“Beh, credo che la nostra storia sia arrivata al capolinea.” Cercava di tergiversare.
“E?” Aggiunsi, curioso di sapere cosa avesse combinato questa volta.
“Ho parlato con Casey, a lungo. Quella ragazza è così saggia. Ho passato gli ultimi due anni dietro ad ogni singola ragazza della scuola che potesse darmi qualche emozione forte, che poi spariva dopo poco. “ Ormai eravamo quasi arrivati all’auto e il vento soffiava pungente.
“Perché ho la sensazione che manchi un pezzo molto importante in questo racconto.” Sorrisi profondamente divertito.
“Beh credo che in realtà io sia alla ricerca di quella giusta, ma sto commettendo un errore dopo l’altro. Se fossi solo io quello che ne esce con le ossa rotte potrei anche farlo, ma ci sono altre persone che sto ferendo e non se lo meritano.” Scosse la testa sogghignando.
“Questo è quello che ti ha detto Casey?” Le diatribe tra Chaz e Casey e il suo modo di volerlo portare sulla retta via erano uno spettacolo imperdibile. Lei a volte sembrava avere la sindrome da crocerossina e cercava con ogni mezzo di redarguirlo a dovere.
“Si, ma più che altro ha cercato di farmi riflettere sulle mie scelte. Sai quando ci si mette sa essere davvero assillante!” Sbuffò.
“Capisco.” Gli diedi una pacca dietro la schiena, per mostrargli la mia comprensione.
“E parlando con estrema sincerità, quando ti dispiace in una scala da uno a dieci, tornare a casa a piedi?” Mi guardò serio, non stava scherzando questa volta.
“Cosa?” Spalancai gli occhi, il mio migliore amico mi stava palesemente lasciando a piedi.
“Ho giusto una cosina da risolvere, non vorrai che le parli con te in mezzo?” Aprì l’auto con il telecomando della chiusura centralizzata.
“Ovviamente no.” Dissi scuotendo la testa. I due salirono in auto e Chaz ingranò la retromarcia. Abbassò il finestrino e mi disse “Passo domani mattina, alla solita ora.”
La sua auto si allontanò lasciandomi ancora perplesso sul ciglio della strada. Alzai gli occhi al cielo e feci un profondo respiro, pensando che la strada che dalla scuola conduce a casa mia è piuttosto lunga: si trattava di mezzora di cammino. Sgranchirmi le gambe mi avrebbe fatto bene, ma non ne avevo molta voglia. All’improvviso ricordai una scorciatoia, che attraversa il bosco di Grensteere e che ero solito prendere con mio padre, quando ero poco più che un bambino.
Lui amava molto la natura, era appassionato di fiori e piante e suppongo che mi abbia tramandato questa sua predilezione, come qualcosa di prezioso che conservo nel cuore. Lui lavorava in mare, per cui ero abituato alle sue lunghe assenze nei periodi di maggior necessità. Ma quando tornava non aveva occhi che per la sua famiglia, cercava di passare tutto il tempo a sua disposizione con noi. Per molti anni lo diedi quasi per scontato: lui era mio padre. Poi crescendo ho capito che io ero quello fortunato. Quando però me ne resi conto era già tardi, mio padre morì.
Non potrò mai dimentica il giorno in cui vennero a comunicarci la notizia, il dolore è ancora troppo forte. Ci sono notti che provo a scacciare il pensiero di lui che non c’è più in qualsiasi modo, ma torna e ritorna come fosse un bumerang che lancio lontano, per poi ripresentarsi più pesante di prima. Il ricordo di quel giorno scorre nella mia mente, frame dopo frame, una scena che torna indietro a intervalli regolari, riavvolge il nastro ed è pronta a ripartire.
Ero in salotto con Casey e Chaz a guardare un film, come eravamo soliti fare nel tempo libero.
“Hei Chaz, potresti fare meno rumore con la bocca quando mangi le patatine, riesco a mala pena a seguire i dialoghi” Bofonchiò Casey assorta.
“Oh, immagino che tragedia non riuscire a captare gli ultimi sospiri di Edward Cullen!” Rispondeva indispettito Chaz.
“La tua è solo invidia!” Sogghignò
“Certo, come non essere invidioso di uno talmente pallido da sembrare morto.”
“Chiudi il becco, è meglio” Incalzava senza mai distogliere lo sguardo dallo schermo, assorta nei suoi pensieri romantici.
“Jaden ti prego dille qualcosa. Fa sul serio?”
Improvvisamente suonarono alla porta. Quel trillo, quel rimbombare riescheggia ancora dentro la mia testa con la stessa intensità di allora, mi frulla dentro, mi stordisce e mi rintrona come fossi chiuso in una stanza vuota. In lontananza sentivo la voce di mia madre che bisbigliava “Non è possibile”. Il tono usato, il suo silenzio scandito semplicemente da dei grazie lasciati lì, a qualcuno che aveva bisogno di sentire la propria coscienza e il proprio fardello alleggerirsi, mi spinsero ad alzarmi e in pochi attimi ero al suo fianco.
“Che è successo?” Probabilmente avevo già capito, ma mi rifiutato di credere ciò che era già piuttosto evidente.
“Jaden, tuo padre ha avuto un incidente in mare, delle onde molto forti si sono abbattute sulla sua imbarcazione e …” La sua frase non finì, nessuno la terminò mai, non ce n’era bisogno. Ma io continuavo a sentire rimbalzare parole dure, incidente, onde, mare e provavo a combinarle insieme affinché mi dessero un risultato diverso, ma non c’era nulla da fare, il solo risultato possibile era morte.
Mio padre non c’era più. Mentre provavo a razionalizzare su questo, sentii i passi di Chaz e Casey, le loro mani poggiate sulla mia spalla, il loro inutile ma sincero conforto.
“Possiamo fare qualcosa per te?”
Io non credo che al mondo esistesse nessuno che potesse fare qualcosa per me, per noi. La cosa più assurda è che misi in atto una forma di autodifesa ancor più dolorosa dell’evento stesso, spingendomi a credere che un giorno mio padre sarebbe tornato a casa, avrebbe aperto la porta dicendo: “Sono tornato, sto bene!”.
Un’assurda speranza che fu distrutta completamente quando qualche giorno più tardi rinvennero il corpo. Da quel momento è iniziato il mio crollo personale, lento ma costante.
Il funerale fu un’agonia alla quale mi sottoposi e alla quale sopravvissi solo grazie alla presenza dei miei amici, i miei due unici amici sinceri. Erano goffi e anche impacciati nei loro modi maldestri di provare a farmi sorridere, ma erano pur sempre dei tentativi.
Qualche settimana dopo anche mia madre deve aver ceduto per il troppo dolore.
“Cerca di capirla, non è facile per lei.” Mi sussurravano in tanti, concludendo poi: “Vedrai che andrà bene.” Ma io ero pieno di rabbia, una rabbia accecante a cui non riuscivo a dare un nome, pur volendo darglielo con tutte le mie forze. Più lei peggiorava e più io bruciavo dentro.
Il giorno in cui la vennero a prendere, mi chiusi in camera mia, non volevo vederla. Inspiegabilmente mi rifiutato di vedere colei che mi aveva messo al mondo, il cui amore doveva essere assoluto, ma evidentemente non abbastanza da poter vivere solo di me. Io non ero abbastanza, lei non mi amava abbastanza.

Perso nei meandri dei miei pensieri, continuai a percorrere la strada che costeggiava il bosco, quando dopo pochi minuti riconobbi la scorciatoia. Dovevo fare in fretta, il sole stava per tramontare e la fitta vegetazione non mi avrebbe permesso di vedere in che direzione andare. Non che non avessi un buon senso dell’orientamento, ma quando il bosco diventava buio, era meglio non sfidare la sorte.
Provavo un certo benessere interiore nell’attraversa quei luoghi a me conosciuti, lontano dal rumore della città, delle macchine, del caos si creava un’atmosfera così suggestiva. Mi sentivo in pace con me stesso. Per un attimo dimenticai il professor Brown, i problemi con Casey, mi sembrava di essere solo io con la natura, mentre il resto del mondo se ne stava un po’ più là, ad osservarmi da dietro un vetro.
L’aria sapeva di terra bagnata, quel profumo inconfondibile dell’autunno che avanza. Respiravo a fondo, rilassando mente e corpo, un training autogeno di grande efficacia.
All’improvviso ci fu un urto violento, mi sembrò come se un treno a tutta velocità mi fosse passato sopra, mi avesse travolto scaraventandomi a terra. Se non fosse stata per la mia prontezza di riflessi, avrei di sicuro battuto la nuca, oltre al mio sedere.
“Ma dove diavolo cammini!” Una voce squillante mi accusò della mia presunta distrazione.
“Questa è proprio bella ?” Risposi ancora a terra, nella stessa posizione in cui era finito il mostro impazzito. Guardandolo meglio mi accorsi che non si trattava di un mostro, ma di una ragazza bionda, la stessa che avevo visto … si la stessa che era arrivata qui quest’estate con la sua famiglia, quella era Blome Elwood.
“Che tipo!” Mi apostrofò alzandosi e pulendosi di tutte le foglie e il terriccio che le si erano appiccicati sui vestiti.
“Guarda che non sono certo io quello che ti è venuto sopra!” Provai a darmi una sistemata a mia volta, pur tenendo gli occhi fissi sulla ragazza.
“Ma che ci fai qui?” Mi disse altezzosa e scostando i suoi lunghi capelli dalla fronte.
“Cosa ci faccio … E tu potresti dirmi dove eri diretta come una furia?” La guardai indagando le sue espressioni.
“Non sono affari tuoi” Mi fece spallucce.
“Dal momento che mi hai travolta come una locomotiva, credo proprio che siano affari miei!” Corrugai la fronte in attesa di ciò che avevo richiesto.
“Ma tu non ti stanchi mai di parlare?”
Stavo quasi per risponderle per le rime, quando improvvisamente qualcosa catturò la sua attenzione, mi prese per un braccio e mi trascinò letteralmente qualche metro più in là. Se non fosse stato per una mia certa inclinazione all’attività sportiva, mi avrebbe fatto rotolare a terra di nuovo, tanta fu la foga che ci mise. Mi strattonò dietro un albero e mi spinse con le spalle contro il tronco. Mi prese così alla sprovvista che istintivamente ero quasi pronto a sganciarle un sinistro in pieno volto, salvo ricordarmi subito dopo che si trattava di una ragazza e che io, nonostante tutto, non avevo mai colpito nessuno in vita mia. Lei invece mi coprì la bocca con la mano, invitandomi a fare silenzio. Poco dopo sentii dei passi nel bosco, che procedevano speditamente verso di noi. Lei si strinse a me, aderendo perfettamente al mio corpo, nell’intento di nascondersi a sua volta da qualcuno che forse la inseguiva.
Stando in quella posizione alquanto imbarazzante, iniziai a sentire il cuore avanzare in profonda accelerazione, sperando fino alla fine che lei non lo captasse attraverso la sua felpa bianca. Avrebbe forse pensato che avevo paura? In quel caso mi chiesi se fosse stato meglio farle pensare che ero un idiota spaventato, o un idiota in preda ai suoi ormoni adolescenziali impazziti!
Fortunatamente i passi svanirono, si allontanarono con la stessa velocità con cui erano arrivati. Lei si scostò dal mio corpo lasciandomi respirare. Io ancora inebriato e frastornato cercavo di capire cosa fosse successo.
“Hei, stava per venirti un infarto prima?” Mi chiese prendendosi gioco di me e capii all’istante che l’aveva sentito, il mio tamburellare incessante.
“Potrei sapere da chi ti stavi nascondendo?” Cercai di spostare l’attenzione altrove.
“No, non credo” Mi disse facendo finta di pensarci su.
“Immagino che anche se insistessi non otterrei risultati migliori, vero?” Cercavo a fatica di contenere una risata isterica.
“Ne dubito!”
“Perché poi dovresti uccidermi.” Provai a darmi un’aria da sbruffone.
“Non lo escludo” Poi mi guardò intensamente il volto, come fosse incuriosita. “Aspetta un attimo, stai perdendo del sangue” E mi indicò il sopracciglio destro. Provai a toccarmi con la mano ed effettivamente ero ferito, probabilmente nella caduta lei era venuta rovinosamente a scontrarsi con la mia testa. Poi mi porse un fazzoletto e aggiunse “Tieni, non vorrei che tu svenissi alla vista del rosso!” E si mise a ridere. Di nuovo si prendeva gioco di me.
Mi tamponai la ferita che obiettivamente sanguinava un pò. Quella ragazza riusciva a farmi innervosire sul serio. Forse adesso capivo perché la gente pensava che erano un po’ strani e soprattutto scontrosi questi Ellwood del bosco.
“Magari la prossima volta se hai intenzione di spiattellarti contro qualche tronco, prendi meglio la mira!” Le dissi risentito.
“E tu prova ad andare in giro con quelle magliette con su scritto fragile, magari proverò a non farti del male.” Scosse la testa con un ghigno divertito. Poi aggiunse: “Beh ci si vede”
“Aspetta … il mio nome è Jade, Jade Hughes” Le porsi la mano, in fondo ero pur sempre un ragazzo educato.
“Lo so. Oggi è stato il mio primo giorno di scuola e l’unico nome che ho imparato è il tuo.” Sorrise. Stavo quasi per chiederle come facesse a conoscere il mio nome, ma poi ricordai che oggi a scuola avevo dato grande spettacolo durante l’ora di letteratura inglese e probabilmente ora lei sapeva molte cose di me, oltre al nome ovviamente.
Mi salutò di nuovo e sparì dalla mia vista, infilandosi tra gli alberi del bosco, feci appena in tempo a salutarla con un cenno della mano e mi rimisi in cammino, con un po’ d’ansia, perché obiettivamente, non sapevo chi fosse la persona da cui lei stesse scappando. Forse la sorella? Forse un maniaco? O qualche brutto animale?
Iniziai ad accelerare il passo, nel tentativo impellente di uscire dal bosco velocemente e anche incolume. Maledissi Chaz ancora un paio di volte, mentre mi massaggiavo le tempie per cercare di mandar via il mal di testa sopraggiunto.
Avevo iniziato a correre per poter essere più veloce, quando finalmente vidi la fine della strada. In lampo fui di fronte al fiume. Pericolo scampato.
La notte era ormai scesa e le luci fluttuavano sull’acqua. Lo spettacolo era dei più suggestivi. Camminai lungo le sponde del lungo-fiume, ripensando alla stravaganza di quell’incontro e alla sfrontatezza di quella ragazza, che però, in fondo, mi aveva anche divertito … un po’.
“Sono tornato!” Dissi non appena varcai la soglia di casa. Si respirava un certo odore gradevole, anche questa volta Joe aveva centrato in pieno l’obiettivo.
“Jaden! Io e te dobbiamo parlare. Adesso” Mia zia mi accolse in un modo non del tutto usuale. Ma ovviamente sapevo quale sarebbe stato l’oggetto della nostra discussione e in quel momento pur sapendo di avere avuto le mie buone ragione, ero consapevole del fatto che agli occhi di un adulto ero comunque un ragazzino che aveva risposto in maniera maleducata al suo professore. Ovviamente mia zia era un’adulta, o qualcosa del genere.
“Zia mi dispiace” Furono le uniche parole sensate che uscirono dalla mia bocca. Ero prostrato, lo sguardo basso, volevo solo dormire.
“E di cosa?” Mi disse cambiando di tono in maniera repentina.
“Di quello che è successo a scuola.” Ero in attesa della ramanzina.
“Beh, effettivamente la scuola mi ha chiamata e ho parlato con il preside Shaw e ti assicuro che se mi fossi fermato alla sua di versione, a quest’ora saresti già in un bel guaio.”
“Non credo di seguirti” Aggrottai la fronte.
“C’è qualcuno che mi ha chiamata oggi per darmi la versione ufficiale di quanto avvenuto” Disse sorridendo dolcemente. La prima persona a cui pensai fu Chaz.
“Chaz ti ha chiamata?”
“No, non si tratta di Chaz, ma di Casey. Quella ragazza ti vuole un gran bene.”
Rimasi senza parole. Non che non potessi aspettarmi una cosa del genere da parte di Casey, ma in fondo non credevo di meritarlo.
“Gwen ti dispiace se prima di mangiare io vada a chiamare una persona?” Appesi il mio giubbotto di pelle blue alla gruccia dell’ingresso.
“Certo, fa pure. Ti terrò tutto in caldo.” Come tutte le sere, avrei voluto aggiungere, ma non era il momento opportuno per presentare le mie lamentele a riguardo.
Iniziai a salire le scale con un certo fremito nel cuore. Volevo poter parlare con Casey, volevo sentire la sua voce.
“Hei Jaden!” Mi zia mi richiamò all’attenzione. “Oggi è solo il primo giorno di scuola. Promettimi che l’anno non sarà così tanto impegnativo, ok?” Il suo aveva tutta l’aria di essere un sorriso forzato.
“Ci proverò” Le dissi, consapevole di aver appena fatto una nuova promessa, una nuova prova per i giorni a venire.
Proseguii la corsa verso la mia camera da letto. Apri la porta e la richiusi in un baleno, stando bene attento che fosse ben serrata. Presi il telefono e composi il numero che più volte avevo fatto in passato. Avevo il cuore a mille, ero emozionato.
“Hey, sono io.” Le dissi.
“Hey. Spero che il preside Shaw non ci sia andato giù troppo pesante” Mi disse con quella dolcezza che l’aveva sempre contraddistinta.
“No, me la sono cavata con una semplice ricerca di letteratura inglese” Disteso a pancia in su sul mio letto, osservavo il soffitto.
“Sai, forse avrei potuto dire qualcosa oggi, per difenderti e non l’ho fatto. Mi dispiace.”
“Scherzi, e poi avremmo dovuto passare tutte e due il pomeriggio insieme, chiusi in biblioteca” Scherzai.
“Avremmo anche potuto venire alle mani e dirci le peggio cose!” Aveva un tono così leggero, che mi fece sentire meno in colpa. Poi ci fu una lunga pausa.
“Ti ringrazio, per la telefonata che hai fatto a mia zia” Le dissi.
“Hei Jaden, lo sai che non devi.” La sua voce divenne un sussurro.
“Casey mi sei mancata” Ero sincero.
“Ci … ci vediamo domani.”
“A domani” Le dissi questa frase carico di tante promesse che probabilmente lei non colse ma che io avrei voluto diventassero reali. Forse a poco a poco sarei riuscito a ricostruire la mia vita, pezzo dopo pezzo. Avrei potuto ricondurvi anche lei, senza che la sua presenza mi straziasse l’anima.
Alzai il volume della radio, e la stanza si riempì della canzone dei The Script, For the first time
Chiusi gli occhi pensando che a volte nella vita ci sono le seconde possibilità e forse questa era la nostra per far si che le cose funzionassero. O forse no.
 

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