CAPITOLO IV – JADEN – In
pericolo di vita
La mattina del mio secondo giorno di scuola sperai ardentemente che le cose
potessero girare per il verso giusto e soprattutto potessero essere un
tantino meno complicate.
Non so perché ma il mio sesto senso si mise in allarme subito, non appena
vidi arrivare Chaz e Casey a piedi. Quando la vedo tutti i buoni propositi
vanno a farsi benedire, lei mi ricorda troppo e troppe cose insieme. A volte
penso che il problema non sia solo l’ultimo anno passato insieme come
ragazzo e ragazza, ma il fatto che lei conosca tutto di me, ogni mia piccola
emozione, sensazione. Di fronte a lei io sento che la mia anima è
completamente a nudo e questo mi spiazza. Dal giorno in cui sono rimasto
solo, il mio più grande desiderio sarebbe stato rimettermi in piedi e
ricominciare a vivere. Questo con lei al mio fianco mi sembrava impossibile,
perché se io smettevo di parlare, lei sapeva il perché; se io muovevo gli
occhi in un certo modo, lei sapeva il perché; se io non rispondevo al
telefono, lei ancora sapeva il perché.
Il suo sguardo dolce, provato e sinceramente compassionevole, mi faceva
sentire male, come se le cose fossero ancora peggio di come lo erano in
realtà.
Notai di nuovo quella tristezza in Casey quando ammisi che non avrei
partecipato alla festa di casa McDowel. Se solo lei sapesse quanto io vorrei
che tutto tornasse come era un tempo, se solo lei riuscisse a provare quello
che provo io, forse saprebbe starmi vicino senza rendermi le cose ancora più
complicate di quanto già non lo siano.
Ma dalle sue parole, dal modo in cui mi guarda, mi rendo conto che per lei è
così difficile capirmi fino in fondo. Ho provato, ad essere più chiaro,
sperando di non risultare troppo indelicato: se ferissi i suoi sentimenti
non me lo perdonerei mai. E’ l’ultima cosa che lei si merita. Ma dovevo
dirglielo, dovevo farle capire che quando guardo lei, vedo lo specchio di me
stesso, quello che ero e che non sono più.
E’ incredibile come la persona che ha riempito per tanti anni le mie
giornate ora è quella da cui fuggo il più lontano possibile, sento il
bisogno di averla vicina, ma non voglio che lo sia.
E’ un tormento interiore contro cui combatto ogni giorno senza venirne a
capo.
Come faccio a stare con lei, vederla entrare in casa e non ripensare ai
tempi in cui, era tutto così perfetto, quando lei sorrideva ed io avevo
ancora una famiglia?
Provo a sforzarmi, ad andare avanti, ma se faccio un piccolo passo in
avanti, subito dopo ne compio due all’indietro rovinando tutto.
Finché non riuscirò a superare il mio dramma personale e ad accettare quanto
è successo, non credo che riuscirò a vederla con occhi diversi.
Ed è pur vero che ogni tanto immagino lei con qualcuno, qualcuno che possa
amarla e renderla felice. Il che potrebbe avvenire in qualsiasi momento.
Quando penso a questo mi sento morire, quando quel giorno arriverà saprò che
sarà stata solo colpa mia. Lei è così bella, così dolce, chiunque se ne
accorgerà al college, quando io non sarò più al suo fianco. Avrà nuovi
amici, nuovi amori. Ed io non potrò che restare a guardarla andare avanti
con la sua vita, crescere, allontanarsi.
Chissà se non avrà pensato la stessa cosa ieri, quando mi ha visto parlare
con Blome. Ho notato una strana espressione sul suo viso, come fosse
insofferente. Anche io riesco a leggere ogni suo pensiero senza che ci sia
il bisogno di parlare, a volte è sufficiente uno sguardo, un movimento.
Conoscere una persona a tale profondità a volte fa paura, perché non sai
dove inizia lei e finisci tu. Avevo bisogno di aria, aria fresca nei polmoni
…
Quella stessa mattina vidi Blome entrare nella mensa della scuola. Quando
cammina sembra un angelo che fluttua nell’aria, è così delicata, leggiadra.
Non diresti che abbia una parlantina così pungente e che sia così tanto
saccente. Non ho resistito, dovevo chiederle da chi o da cosa stesse
scappando il giorno prima. Mi aveva così incuriosito il nostro
incontro-scontro e poi avevo anche il segno sulla faccia a testimoniare
l’intensità della sua foga.
Ero seduto al tavolo, c’erano anche Casey e Chaz ma sembrai dimenticarmene.
“Allora, sei riuscita a scampare al tuo inseguitore?” Le dissi andandole
incontro. Non sono sicuro, ma credo che la sorella Sam, non avesse poi tutta
questa gran voglia di parlare con me o forse non pensava nemmeno fosse una
buona idea che Blome si fermasse a fare due chiacchiere. Fatto sta che ci
guardò con aria cupa, quasi inumana.
“E tu, a tornare a casa senza farti travolgere da qualcuno?” Mi sorrise con
una mezza smorfia.
“Come mai tua sorella è così restia a socializzare con gli abitanti di
Grensteere?” Lo dissi in tono ironico, non volevo di certo offenderla.
“Ah … non farci caso. Lei è molto … timida.” Poi riprendendo il suo solito
fervore: “Vedo che hai un graffio sul tuo bel faccino. Pensi di poter
superare questo trauma?” Sorrideva, ma ero quasi certo che si stesse
prendendo gioco di me. Di nuovo.
“Quale trauma?”
“Quello di andare in giro con il tuo viso tumefatto” Sogghignò.
“Vedo che non perdi mai la tua grinta, vero?”
“Ora che ci penso … no.”
“Amm … questa sera ci sarà una festa, non so se …” Ero incerto, parlare con
questa ragazza non era un’impresa facile, non riuscivo mai a capire quando
superava il confine della realtà, quando mi prendesse sul serio e quando
invece si divertiva a prendermi in giro.
“La festa nella fantastica villa di un certo McDowel? Non so, io non sono un
tipo che va alle feste.” Il suo sguardo era incredibilmente magnetico,
celestiale.
“Neanche io, a dire la verità” Iniziavo a provare un certo imbarazzo. Poi
distolse il suo sguardo da me, probabilmente vide qualcosa alle mie spalle e
cercò immediatamente di troncare il discorso, come se avesse auto di fronte
un’urgenza impellente a cui non poteva sottrarsi.
“Devo andare. Se cambio idea, ci vediamo lì” Si affrettò, ma dopo qualche
passo si voltò di nuovo e mi disse: “Mi raccomando, guardati le spalle.”
Non capii fino in fondo se dicesse sul serio ma il tono usato mi fece venire
i brividi. Eppure questa Blome riusciva a farmi sorridere, nonostante il suo
modo di fare così turbolento e scostante. Era un’improvvisa ventata d’aria
fresca nella mia patetica esistenza, qualcuno che non mi trattava coi guanti
di velluto, ma come una persona, quello che in fondo ero ancora.
Ero contento di parlare con lei, nonostante in maniera abbastanza esplicita,
mi avesse dimostrato in mille modi che non era molto intenzionata ad avermi
come amico. Eppure io seguitavo a ronzarle intorno, come se mi attirasse,
come un ape sul miele.
Dopo la scuola riaccompagnai a casa Casey e Chaz, dovevano studiare ma io
decisi di non unirmi a loro, volevo starmene un po’ per i fatti miei e
soprattutto non avrei voluto rispondere alle loro domande su Blome, non
volevo dare vita a scenate di gelosia proprio in quel momento.
Ripresi a guidare abbastanza assorto nei miei pensieri, muovevo il volante
quasi grazie ad un istinto innato, frutto della mia seppur breve esperienza
da neo patentato. A volte mi capitava di non accorgermi neanche di aver
percorso un certo tratto di strada, di aver svoltato in una traversa o di
essermi fermato al rosso di un semaforo. Pensavo, pensavo, pensavo, tante
cose mi attraversavano la mente, entrando ed uscendo senza una vera
soluzione.
Svoltai all’ultimo angolo prima di casa mia, quando qualcuno mi tamponò
piuttosto violentemente con la sua auto. Il colpo fu improvviso, senza
nessun preavviso se non lo stridore delle ruote sull’asfalto che provavano
invano a fermarsi. Fortunatamente indossavo la cintura, ma il forte
contraccolpo mi aveva fatto sentire la morsa dolorosa della fascia nera sul
mio petto, impedendomi per qualche secondo di respirare. Anche gli airbag
erano scoppiati, ed io per qualche minuto rimasi immobile, mi sentivo
piuttosto confuso. La macchina si era spostata di qualche metro in avanti,
nonostante avessi i piedi sul freno. Chiunque guidasse dietro di me, aveva
pigiato un po’ troppo sul pedale dell’acceleratore. Mi ripresi e constatai
che non avevo nulla di rotto, fortunatamente. Ero pronto ad aggredire il
colpevole di tale inconveniente e mi lanciai sulla strada. Diverse persone
erano già sopraggiunte, ma non badai a loro.
“Ma dove diavolo credevi di andare!” Urlai alla persona che evidentemente
era ancora in auto e non aveva il coraggio di uscire. Ad un tratto lo
sportello si aprì quasi timidamente. Pensai che forse la persona che guidava
potesse essersi fatta male e così mi avvicinai correndo, forse aveva bisogno
d’aiuto. Mi appoggiai allo sportello semiaperto e mi sporsi per controllare
chi ci fosse alla guida.
“Tuuuu?” Chiesi sbarrando gli occhi per la sorpresa.
“Mi dispiace … è stata completamente colpa mia.” Blome era alla guida
dell’auto scura che mi aveva appena tamponato.
“Ma cos’è una congiura? A piedi o in auto, devi per forza venirmi addosso?
Di un po’, stai progettando di uccidermi o cosa?”
“Ora che ci penso, l’idea non è poi tanto male?” Mi disse sagace.
“Voglio sperare che non sia questo il modo che usi per far colpo sui
ragazzi.” Risi offrendole la mia mano per uscire dalla sua auto e
controllare che stesse effettivamente bene. Lei ovviamente ignorò il mio
aiuto e si mise in piedi da sola.
“Di solito” Aggiunse sistemandosi i capelli dietro le orecchie con le punte
delle dita. “Non mi servono degli espedienti per far colpo su qualcuno.”
Mentre noi due mandavamo avanti la nostra diatriba, molta gente era accorsa,
chi per curiosità, chi per controllare se effettivamente non ci fossimo
fatti del male. Qualcuno deve aver chiamato l’ambulanza, o almeno mi parve
di sentirlo.
“Sto bene, sono tutta intera!” Disse controllandosi a sua volta e cercando
di tranquillizzare chi ormai ci aveva circondato. “Ero solo un po’
soprapensiero. Mi spiace.”
“Sei sicura di stare bene?” Cercai di sincerarmene osservandola.
“Pagherò tutti i danni, ovviamente. E’ stata colpa mia.” Mi disse osservando
il gran casino che aveva combinato all’auto di … mia zia. Il paraurti era
completamente staccato da un lato e penzolava sfiorando l’asfalto dalla
parte sinistra. Il cofano sembrava essersi alzato di qualche centimetro, di
sicuro era piegato e rientrato. I vetri delle luci posteriori erano
sparpagliati sull’asfalto. Anche la sua auto aveva subito dei danni, ma in
quel momento pensai a Gwen e al modo in cui avrebbe preso la notizia. Questa
volta mi avrebbe ucciso di sicuro e non credo le sarebbero bastate le mie
scuse.
“Se mi dai il tuo numero di telefono, poi ti chiamo e risolviamo tutta la
faccenda.” Era la prima volta che la vedevo con un’espressione sinceramente
rammaricata, il suo sarcasmo e le sue battute pungenti erano momentaneamente
scomparse. Probabilmente anche il mio sorriso si era perso da qualche parte
alla vista di quanto accaduto.
“Oh, beh se volevi il mio numero, potevi anche semplicemente chiedermelo”
“Vuoi che ti paghi i danni o no?” Era tornata la ragazza tutto pepe.
“Alt! Qui la tua volontà c’entra ben poco, tu devi pagare i danni. E’ colpa
tua, ricordi?”
“Perché ho come la sensazione che tu ne stia traendo una certa soddisfazione
personale?” Mi disse corrugando la fronte e tirando fuori dalla tasca della
sua giacca, un pezzetto di carta ed una penna. Gli diedi il mio numero e lei
se l’appuntò a grande velocità, scrivendo il mio nome.
L’ambulanza non tardò ad arrivare e sebbene entrambi dichiarammo che stavamo
bene, ci caricarono comunque per fare un controllo di routine. Le auto
invece furono trasportate da un carro attrezzi fino all’officina che si
sarebbe occupata della riparazione.
In ambulanza ci fornirono una coperta, mi sembrava di essere in uno di quei
film in qui vieni salvato in extremis e la telecamera si sofferma sui volti
dei sopravvissuti. A dire la verità un po’ di dolore iniziavo a provarlo
sullo sterno, proprio dove si era bloccata la cintura di sicurezza.
“Andrai a quella festa?” Mi disse ad un tratto mentre aspettavamo seduti sui
sedili posteriori dell’ambulanza che ovviamente viaggiava a sirene spente.
Decisamente non eravamo un caso grave.
“Non so se mia zia quando verrà a conoscenza del disastro di questo
pomeriggio mi farà ancora uscire di casa.” Ovviamente scherzavo. Mia zia si
sarebbe arrabbiata, credo, ma non era il tipo da darmi punizioni o cose del
genere, lei non ci si vedeva proprio nei panni dell’educatrice autoritaria.
“Oh beh, buona permanenza a casa allora. Dici che per la consegna dei
diplomi avrai scontato tutta la tua pena?” Rideva di sbieco.
“Non so, forse se sarà lei a guidare.” Parlando con Blome mi sembrava come
se la mia vita fosse normale. Non so spiegare bene che effetto avesse su di
me, ma non avevo più quell’enorme peso sul cuore, lo stesso che avevo quando
per gli altri io ero solamente Jaden, quello che aveva perso entrambi i
genitori, quello che aveva la madre chiusa in un istituto. Lei semplicemente
parlava con me, scherzava e non stava attenta alle parole che usava per non
ferirmi. Lei mi faceva sentire come qualsiasi altro ragazzo della mia età.
Arrivati in ospedale il dottore si avvicinò prima a lei, che però anziché
rispondere alle sue domande, continuava a fissarlo stranamente negli occhi,
avevo quasi la sensazione che lo stesse convincendo con la forza del
pensiero che lei stava bene e non le serviva nulla. Fatto sta che lui non la
visitò e si limitò a scrivere che non presentava nessun tipo di trauma. Lo
trovai strano, ma pensai che lo stesso trattamento l’avrebbero riservato
anche a me, invece il dottore non appena mi toccò lo sterno, si accorse che
provavo un certo dolore, non fortissimo, ma comunque mi disse che sarebbe
aumentato.
“Trauma da cintura di sicurezza” Bofonchiò tra i denti. “Beh, meglio questo
che un colpo alla testa. Comunque si tratta di qualcosa di molto leggero,
passerà presto” Poi notò la mia ferita e gli spiegai che era del giorno
precedente. L’autrice però era sempre la stessa persona.
Fummo dimessi entrambi. Fortunatamente trovammo un taxi appena usciti
dall’ospedale che ci riportò a casa in dieci minuti. Lungo il tragitto non
parlammo molto, lei reclinò la testa all’indietro e chiuse gli occhi. Io
fissavo la strada fuori dal finestrino.
Arrivato davanti casa, la salutai e lei si svegliò dal suo letargo.
“Allora se verrai alla festa ci vedremo lì?” Continuavo a sperarci nella sua
presenza.
“Se tua zia ti darà la libera uscita.” Disse divertita.
“Ma ci verrai o no?” Forse stavo mostrando troppa impazienza.
“Forse si, forse no. Chi può dirlo” Si sistemò di nuovo i capelli dietro le
orecchie, con un gesto così delicato e soave.
Io scesi dall’auto anche se avrei sperato in una risposta migliore. Più
decisa.
Rientrato in casa mi tornò tutta l’angoscia che ormai mi portavo dietro.
Anche se non avevo timore di mia zia, mi scocciava un bel po’ doverle dire
che avevo rovinato la sua auto. Certo, Blume avrebbe pagato le spese
necessarie per ripararla, ma intanto lei per qualche giorno sarebbe rimasta
a piedi e non credo che l’avrebbe apprezzato.
“Gwen!” Cercai di attirare la sua attenzione.
“Jaden, sono di qua, nello studio” Mi affacciai sulla porta e la vidi
intenta a scrivere qualcosa al suo pc. Indossava gli occhiali da vista,
dedussi che era da molto che si trovava in quella posizione.
“Ah, zia ti devo parlare” La chiamai zia, in modo da farla sentire più
importante del solito.
“Jaden tu non ci crederai!” Mi disse entusiasta. “Ho trovato un lavoro!” Era
davvero elettrizzata.
“Davvero? Zia sono felice per te.” Mi stampai un bel sorriso a trentadue
denti sul viso, non che non fossi realmente felice, ma volevo esagerare un
tantino, perché lei poi se ne ricordasse quando gli avrei dato la notizia
della macchina.
“Si, il giornale di Grensteere aveva bisogno di una nuova sezione di
attualità, perché la persona che se ne occupava si è trasferita da poco.
Sono rimasti entusiasti del mio curriculum ed ora sto scrivendo un articolo
su … gli effetti dell’inquinamento sulle acque del fiume che attraversa il
paese. Certo non è un argomento entusiasmante ma è un inizio.” La sua
eccitazione iniziale mi sembrò affievolirsi. Per una che scriveva articoli
di cronaca nera, parlare dell’inquinamento di un fiumiciattolo, beh, non
doveva essere poi così gratificante. Presumibilmente ero nei guai.
“Gwen” Mi scappò il suo nome. “Ho avuto un incidente con l’auto” Glielo
dissi tutto d’un fiato, senza girarci troppo intorno, tanto non sarebbe
servito a nulla.
“Un incidente?” Si alzò di scatto e mi venne incontro. “Ma stai bene, ti sei
rotto qualcosa?” Era piuttosto allarmata.
“Si, sto bene. E’ la tua … macchina che non sta molto … bene!”
“Oh … mmm … è qui fuori?” Cercava di nascondere invano il suo nervosismo.
“No è ad aggiustare. Ma stai tranquilla, la proprietaria della macchina che
mi ha tamponato pagherà tutti i danni.” Accennai un mezzo sorriso.
“Ma tu sei sicuro di stare bene?” Mi toccò la fronte, poi le spalle. Mi
sembrava mia madre quando avevo sei o sette anni e ogni volta che mi facevo
male, veniva e controllava con le sue mani che le mie ossa fossero al loro
posto.
“Sto bene Gwen, davvero” Smise di sincerarsene e mi guardò con tenerezza.
“Ora vado un po’ a sdraiarmi in camera mia”, aggiunsi.
“Jaden, ieri sera, quando ti chiedevo se potevi fare in modo che l’anno da
trascorrere insieme non fosse troppo complicato, dicevo sul serio. Ce la
farai ad arrivare a giugno tutto intero? E a far si che non mi venga un
infarto prima?”
“Certo zia.” Sorrisi, in fondo aveva ragione.
Salito al piano di sopra sprofondai nel mio letto cercando di riposare un
po’.
Credo di essermi appisolato perché ricordo di aver fatto un sogno molto
strano. Ero in mezzo al bosco, era buio. Io stavo correndo, stavo scappando
da qualcosa, ma non capivo cosa fosse.
Poi la mia fuga venne interrotta dall’apparizione di un uomo, alto,
nerboruto che mi sbarrò la strada all’improvviso. Aveva un volto
terrificante, spaventosamente umano. Gli occhi iniettati di sangue mi
guardavano con rabbia. Ad un tratto si mise a parlare, ma la sua voce era
tenebrosa. Mi diceva che voleva la mia anima. Io allora provavo a fuggire,
ma nonostante i miei sforzi restavo sempre fermo, non andavo da nessuna
parte. Correvo, correvo, correvo, ma lui mi raggiunse lo stesso e con la sua
mano riuscì a squarciarmi la maglietta, come avesse delle lame al posto
delle dita, lasciandomi un segno sulla pelle che bruciava, un dolore
insopportabile.
Solo allora mi svegliai sudato e con una strana sensazione di disgusto sulla
pelle. Cercai di respirare profondamente per rallentare i battiti del mio
cuore.
Improvvisamente squillò il telefono, facendomi sobbalzare di nuovo sul
letto. Mi allungai sul cellulare per rispondere:
“Si” Avevo la voce impastata.
“Hei, non ti sarai mica addormentato?” Riconobbi la voce di Blome.
“Ah, sei tu.” Ero ancora piuttosto confuso e stordito.
“Speravi fosse qualcun altro?”
“No. A dire la verità ancora non connetto molto, mi sono appena svegliato.”
“Beh, io sono quasi sotto casa tua, se ti sbrighi andiamo insieme alla
festa, altrimenti sarà per una prossima volta.”
“Arrivo. Due minuti e sono lì.”
Mi sciacquai velocemente la faccia, mi diedi una sistemata e in men che non
si dica ero già in strada a scrutare l’orizzonte per vedere se Blome era
davvero in arrivo. Pochi secondi e comparve con una nuova auto. “Sali?” Mi
disse non appena arrivò al mio fianco.
“Allora come sta il tuo povero sterno?”
“Beh, sto bene.” Mentii. Non potevo certo fare la figura del rammollito.
“E tua zia, è stata clemente?”
“Piuttosto comprensiva.”
Arrivammo alla festa in poco tempo. A Grensteere tutto era a portata di
mano.
C’era un mucchio di gente, soprattutto dell’ultimo anno. Molti mi guardavano
con circospezione, forse perché ero con una delle sorelle Ellwood o forse,
dopo il sogno che avevo fatto, non dovevo avere un’aria molto riposata.
Non vidi Chaz e Casey. Ma a dire la verità non provai neanche a cercarli.
Ci sedemmo in un posto vicino la piscina, che trovammo libero, tra la musica
e i ragazzi che ballavano scatenati.
“Tu non balli?” Mi chiese osservando il resto della folla.
“No, non mi piace molto. E tu?”
“Neanche a me”
Ci fu un attimo di silenzio. Ero lì, con questa bellissima ragazza e non
sapevo come uscire fuori dall’imbarazzo di intavolare una semplice
chiacchierata
“Allora adesso me lo dici?” Provai a dare un taglio a quell’atmosfera
pesante.
“Dirti cosa?” Corrugò la fronte.
“Chi ti inseguiva nel bosco”
“Dai retta a me, meno ne sai e meglio è.” Troppo evasiva come risposta e non
poteva bastarmi.
“Che vuoi dire?”
“Dico che a volte faresti bene a non ficcare il naso dove non dovresti.” Di
nuovo i suoi capelli le sfuggirono da dietro le orecchie e una ciocca le
cadde in avanti. Erano bellissimi, biondi, sembravano di seta.
“Andiamo! Cos’è un segreto di stato?” Più rispondeva in quel modo e più
aumentava la mia curiosità.
“Mettiamola in questo modo. I miei sono dei genitori un po’ … un po’
all’antica. Vorrebbero forzare una mia, chiamiamola amicizia più stretta,
con il figlio di amici a cui non sanno dire di no.”
“Cos’è mi stai prendendo in giro di nuovo?” Che spiegazione assurda era
quella!
“Senti, ma non hai altro di cui parlare. Per esempio: chi è quella brunetta
che si strugge d’amore per te?” Cambiò discorso deviando verso l’unico
argomento che non volevo trattare.
“Non mi va di parlarne.”
“Ah Ah, non vale. Io ho parlato. Ora tocca a te.” Mi fissava mettendomi
quasi soggezione.
“Mettiamola in questo modo. Lei è l’unica ragazza di cui sono stato
innamorato e adesso siamo in pausa riflessione.”
“Mmmm … interessante.”
Poi iniziammo a sentire una gran confusione, provenire poco distante da lì,
ma non potevamo vedere perché c’era una folta schiera di ragazzi e ragazze
che ci nascondeva la visuale.
Decidemmo di alzarci e ci facemmo spazio tra la folla. Una volta arrivato,
mi accorsi con grande stupore, che Chaz era stato appena steso da un pugno,
sganciatogli in pieno viso da suo fratello Bob.
D’un tratto la folla scemò e credo che in quel momento Casey mi vide con
Blome. Sentii una fitta al cuore. Era così bella. Indossava lo stesso
vestito che aveva per il suo diciassettesimo compleanno.
“Sei sicuro di essere in pausa riflessione” Mi disse Blume mentre io non
riuscivo a distogliere lo sguardo la Casey.
“Ah, certo. Credimi è meglio così.” Sospirai. Era la prima volta che parlavo
di lei al passato.
Chaz aveva invitato Casey a ballare. In quel momento, quella scena mi fece
ribollire il sangue nelle vene, fu un’emozione così forte che a stento
riuscivo a controllare il mio istinto. Eppure Chaz era il mio più caro
amico, come potevo essere geloso … di lui. Non mi piaceva il modo in cui si
guardavano. Restai a fissarli fino a quando Blome non interruppe il circolo
vizioso dei miei pensieri.
“Ora si è fatto tardi. Devo proprio andare” Disse.
“No, resta. Mi dispiace” Ero sinceramente mortificato.
“No, tranquillo. Va da lei, è quello che vuoi.” Mi accarezzò la schiena e
poi se ne andò in silenzio. Io rimasi ancora lì, ancora un po’,
tergiversando sul da farsi.
Il loro ballo finì e solo allora decisi di avvicinarmi.
“Posso rubarti la dama?” Non credo che notarono la mia presenza.
“Ah … si, certo” Chaz mi sembrava imbarazzato della mia presenza, mentre
Casey era ammutolita, strana, come se non riuscisse ad aprire bocca. “A
domani Casey” Chaz la salutò.
“A … domani Chaz” Rispose lei.
Le passai un braccio attorno alla vita ballando sulle note di Untitled dei
Simple Plan. La guardai intensamente, lì alla luce della luna, mi sembrava
ancora più bella.
“Mi dispiace” le sussurrai.
“Per cosa?”
“Per non esserci nella tua vita, come vorrei.” Sentii che si abbandonò
completamente avvolta nel mio abbraccio.
“Scusami anche tu”
“Per cosa?” E di cosa avrebbe dovuto scusarsi lei?
“Per non essermi fermata ad ascoltare il tuo silenzio.” Le sue parole mi
colpirono nel profondo, forse Casey capiva sul serio quello che provavo. La
strinsi più forte, ancora più forte.
“Come è potuto succedere a noi?” La guardavo mentre le facevo questa
domanda, avrei tanto voluto una risposta.
“Non lo so.”
“Hai mai voglia di fuggire via?” Questo ultimamente era il mio più grande
desiderio.
“Dove?” Sussurrò
“Lontano.” E la strinsi a me ancora, assaporando il suo profumo, il solito,
lo stesso.
Poggiò il suo viso sulla mia spalla. Il suo odore, il suo profumo mi
riportarono indietro nel tempo e non fu una sensazione rassicurante. Più
l’abbracciavo e la stringevo a me e più sentivo che era sbagliato. Perché
doveva essere così difficile?
Il mattino dopo avevo la testa completamente nel pallone, mi sentivo stanco
senza aver fatto nulla. Il dolore sullo sterno era leggermente aumentato ma
continuava ad essere abbastanza sopportabile, ciò che non tolleravo era la
forte emicrania.
Feci una doccia per schiarirmi le idee, ma l’acqua calda non fu sufficiente
a dare un po’ di pace alle mie tempie pulsanti. Il vapore nella stanza aveva
offuscato tutto, compreso lo specchio che era completamente ricoperto da una
patina che lo rendeva opaco. Ci passai sopra la mano, creandomi uno
spiraglio che mi permettesse di avere un minimo di visibilità.
Per una frazione di secondo mi parve di vedere riflessa la mia immagine
nello specchio come se seguisse tempi diversi dai miei. Come se la persona
riflessa avesse vita propria e fossi io, solo nell’aspetto fisico, ma non
nell’anima. Anche l’espressione del mio volto riflesso era strana, diversa,
sembrava uno sguardo truce a tratti temibile. Ma ero io.
Mi voltai di scatto, quasi a voler trovare il reale riflesso dietro le mie
spalle, ma ovviamente ero solo. Tornai a specchiarmi ed ora l’immagine
riflessa era tornata a muoversi in maniera sincronica. Strizzai gli occhi
per sincerarmi che stessi vedendo bene. Ma ero io, non c’era dubbio. “Sarà
la stanchezza.”
In fondo non avevo dormito molto bene e i pensieri negativi di certo non mi
mancavano.
M vestii molto lentamente, era sabato e non sarei dovuto andare a scuola. Il
mio sguardo si posò su una vecchia foto che avevo sulla scrivania, insieme a
tante altre. Eravamo io, Casey e Chaz, tre anni fa, avevamo appena
quattordici anni. La foto era in bianco e nero, sorridevamo mentre Chaz
probabilmente aveva usato l’autoscatto. Lei indossava una di quelle bandane
colorate tra i capelli ed io avevo ancora questo viso paffuto. Come eravamo
spensierati, lo eravamo tutti.
Il suo sorriso era così trasparente, leggero, un sorriso che con il tempo si
era spento, l’avevo spento io per tutti e due.
Ebbi come una folgorazione improvvisa, una decisione che dovevo prendere e
che dovevo prendere immediatamente. Non potevo continuare a tenere Casey
legata a me da doppio filo, non era giusto per nessuno dei due.
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