CAPITOLO V – JADEN –
Questione di vita o di morte
Finalmente sapevo cosa dovevo fare, cosa era giusto che io facessi per il
bene di Casey, per il mio e per far sopravvivere il nostro legame, per
permettere ad entrambi di poter tornare a sorridere come in quella vecchia
foto in bianco e nero.
Le dovevo questo più di ogni altra cosa al mondo, le dovevo restituire la
sua vita e la sua spensieratezza, anche a costo di dovermi sobbarcare del
più grande sacrificio personale richiestomi prima d’ora. Se le cose dovevano
tornare come un tempo, ero io che dovevo fare in modo che ciò accadesse e
non restare fermo ad aspettare un cambiamento.
Dovevo tornare ad essere personaggio attivo della mia esistenza e non
protagonista passivo delle circostanze e soprattutto, non potevo restare a
guardare mentre intorno a me, anche le persone più importanti rischiavano di
essere schiacciate dalla mia stessa presenza, dal mio modo di affrontare
quelle che tutti chiamano: le prove della vita.
Fermo, davanti alla casa di Casey, sentivo le gambe tremare. Rivedere quel
posto mi fece uno strano effetto, tanto che rimasi a guardare dal fondo al
vialetto per un arco di tempo piuttosto lungo. Quanti ricordi e quanti anni
passati a giocare in veranda. Il nostro passatempo preferito era nascondino,
perché la sua casa aveva un giardino sul retro pieno di rifugi perfetti.
Chaz era quello più forte in questo gioco, riusciva a trovarci sempre, anche
nei posti più impensabili.
Le risate di allora mi sembrava di sentirle ancora oggi, lunghe, continue,
fino a quando la luce del sole ce lo permetteva.
Spesso la madre di Casey ci interrompeva per la merenda, di solito erano dei
biscotti o il suo golosissimo cheesecake. Non ho più mangiato un cheesecake
così buono in vita mia.
Mentre la mia mente si rifugiava in questi dolci ricordi, mi sorpresi a
sorridere, come se tutto fosse ancora lì, davanti ai miei occhi ed il tempo
non avesse alterato nulla.
Feci un profondo respiro e decisi di avvicinarmi alla porta.
“Jaden ciao, come stai?” Aprì la porta la madre di Casey.
“Salve signora Bennet. Io sto bene e lei?” Anche lei era una donna molto
bella, si somigliavano molto.
“Anche io, grazie. Immagino tu sia venuto per Casey, giusto?”
“Ah, si. E’ in casa?”
“A dire la verità no, è uscita. Non ho ben capito dove sia andata.”
“Oh … va bene, in tal caso la chiamerò … più tardi.” Il mio piano stava
andando in fumo.
“Jaden.” Mi sembrò titubante nel rivolgermi di nuovo la parola, come se
fosse indecisa.
“Si” La guardavo con aria interrogativa, non avevo idea di cosa potesse
aggiungere a quanto già detto.
“Ecco, non è facile … ma … io credo che sia meglio per te e anche per Casey,
che cerchiate di prendere le distanze, l’uno dall’altra intendo. Non averne
a male, ma non c’è nulla di salutare in un rapporto di questo tipo.” Mi
scrutava come in attesa di un mio consenso, una benedizione.
“A dire la verità, sono piuttosto convinto che questa sia una decisione che
spetti solo a noi due. Senza offesa signora Bennet.” Aggrottai le
sopracciglia, e mi misi sulla difensiva.
“Credo che Casey in questo momento non sia molto in grado di scegliere ciò
che sia buono o meno per la sua vita. Perciò magari, se questa decisione la
prendessi tu … Per il vostro bene”
“Lei ha un’opinione piuttosto svilente di sua figlia. Casey è una ragazza in
gamba e soprattutto sa discernere il bene dal male.” Adesso ero in posizione
d’attacco. Nessuno doveva provare a far passare Casey come un’incapace,
nemmeno sua madre.
“Avete solo diciassette anni, che volete saperne voi del bene, del male e
dell’amore.” Scosse la testa in segno di disapprovazione.
“Sarò anche giovane, ma di sicuro so apprezzare le qualità di chi mi sta
accanto. Forse dovrebbe provarci anche lei.”
Non credevo di averlo fatto, ma fu una bella soddisfazione personale. Mi
girai e lasciai per sempre quel vialetto. La madre di Casey spesso aveva
avuto questo atteggiamento di controllo totale sulla vita della figlia:
voleva che lei andasse bene a scuola, che andasse nei migliori college, che
sposasse un uomo ricco. Ma alla vera felicità di Casey non pensava mai,
l’importante era che lei facesse quello che sua madre si aspettava.
Ora ero io l’ostacolo, perché io avevo rovinato i suoi piani. Casey avrebbe
potuto aspirare a di meglio, ed ora che finalmente ci eravamo lasciati, che
senso aveva continuare questo tira e molla?
Ormai erano diversi mesi che avevo messo la parole fine a questa storia, ma
solo verbalmente, perché con il cuore era un po’ più complicato.
In quel periodo ero a pezzi, non avevo voglia di vedere nessuno, volevo solo
stare solo. Avevo iniziato a trascurarla, a non chiamarla, ad allontanarmi e
così per non farle del male la lasciai libera, ma forse gliene feci ancora
di più.
“Dobbiamo parlare” le dissi piuttosto serio e lei mi seguì. Indugiava sui
suoi passi, forse presagiva qualcosa.
“Che succede Jaden?” mi chiese, chiusa nel suo cappotto marrone, con la
sciarpa che le lasciava intravedere gli occhi e il naso infreddolito. Il
fumo ghiacciato usciva dalle nostre bocche insieme alle nostre parole.
“Probabilmente questa è la cosa più difficile che io abbia mai dovuto dirti,
anzi sicuramente lo è, non so da dove cominciare.”
“Prova dall’inizio, di solito funziona così” lei era seria, maledettamente
seria e triste.
“Casey, se c’è una cosa che non voglio è farti soffrire. Se ti sapessi
triste a causa mia mi si spezzerebbe il cuore, non ce la farei a
sopportarlo.”
“Ma tu non mi fai soffrire.” Disse con un sospiro.
“Casey, se continuerai a stare con me soffrirai inevitabilmente. Io in
questo momento non sono in grado di darti quello che dovrei, non sono in
grado neanche di badare a me stesso.”
“Jaden, mi stai lasciando?” i suoi occhi iniziarono ad appannarsi ed io mi
sentivo morire.
“Casey, credimi è la cosa più giusta da fare. Purtroppo non sempre la cosa
giusta da fare corrisponde a quella più facile. Non posso … non posso
occuparmi di te.”
“Ma io so badare a me stessa …”
“Non posso occuparmi di noi.”
“Ci penserò io, penserò io a tutti e due.”
“Mi dispiace Casey, ma in questo momento non sarebbe abbastanza, e non
sarebbe giusto. Non voglio trascinarti nell’inferno che sto vivendo, non te
lo meriti.”
“Ma io voglio starti vicino, vedrai, insieme supereremo anche questa …”
“No, prima devo risolverla io, prima devo ritrovare me stesso.”
“Jaden non farlo, non mi cancellare dalla tua vita così”
“Casey credimi, se non ti amassi come ti amo non starei qui a dirti queste
cose. E’ così difficile, se dovessi seguire il mio istinto ti direi di
rimanere e di non andartene mai, ma sarebbe egoismo, solo egoismo e tu non
lo meriti. Ti amo troppo per farti questo”
“Mi ami ma mi allontani?” Ormai le sue lacrime scendevano ed io ero morto.
“Ho bisogno di capire cosa mi sta succedendo, ma devo farlo da solo. Ho solo
bisogno di un po’ di tempo.” Ne sentivo davvero la necessità, dovevo
staccare con il mondo.
“Jaden, sarà la cosa più dura che tu mi abbia mai chiesto in dieci anni di
amicizia ma se è davvero questo che vuoi, se pensi che starmi lontano possa
farti stare meglio, allora sono disposta a lasciarti andare, pur di vederti
felice farei qualsiasi cosa.”
Non riuscii a dirle altro e dopo un pò si allontanò da me, prima lentamente,
poi sempre più veloce, poi correndo e non la vidi più per diversi giorni …
Nel pensare al mio passato non mi accorsi nemmeno della pioggia. Ero
completamente zuppo dalla testa ai piedi. Provai ad accelerare il passo, ma
in questo modo l’acqua mi schiaffeggiava il viso più violentemente, così
provai a fare la spola sotto il tetto di un balcone e l’altro. La pioggia
stava diventando un vero e proprio temporale ed io ero finito proprio nel
mezzo.
A fatica riuscivo a vedere, l’aria si alzò all’improvviso e iniziai a
sentire un freddo invernale. La gente correva a ripararsi nelle proprie
case, qualcuno nei negozi. Io ormai ero vicino e volevo tornare da Gwen.
Imboccai la via del lungo fiume per fare prima, l’acqua era in preda alle
correnti. Camminavo a passo spedito, ormai avevo tutti i vestiti appiccicati
addosso e i capelli grondavano sulla mia fronte. Le folate di vento
sembravano spingermi ora a destra ora a sinistra, ero completamente in balia
degli agenti atmosferici. Chissà che cosa avrà provato mio padre nel vivere
un’esperienza simile in mare aperto?
Ad un tratto passai in una zona del lungo fiume dove non c’era il parapetto,
l’acqua era salita incredibilmente veloce, non credevo di aver mai visto una
cosa del genere a Grensteere. Mi affacciai per osservare il fiume, era un
turbinio di forze. Mia zia avrebbe avuto di che scrivere questa volta.
Vedere l’acqua scorrere catturò la mia attenzione, mi sentivo quasi attratto
, come se improvvisamente stessi combattendo contro una voglia inspiegabile
di buttarmici dentro. Era una sensazione strana, ma forte. L’acqua mi
chiamava ed io dovevo rispondere.
Provai a pensare ad altro, a tornare indietro, ma ormai ero vicino
all’argine e non sapevo nemmeno come ci fossi arrivato. No, non voglio,
gridai, ma il rumore dell’acqua celava la mia voce. Qualcosa mi stava
spingendo dentro con molta forza, molta determinazione, ma non ero io a
volerlo. Era come se improvvisamente non ne potessi fare a meno, come se
improvvisamente il fiume fosse diventato una calamita per attirarmi a se
senza remore.
Pioveva, pioveva ancora. Ancora un passo, ancora un altro. Ero sul punto di
cadere. Ma che diavolo stava succedendo? L’acqua aveva reso franabile la
terra, la rendeva insicura. Il piede destro cedette sotto il peso del mio
corpo e in meno di un secondo mi ritrovai in balia della corrente del fiume.
Provai a chiedere aiuto, ma era inutile, nessuno da lì mi avrebbe sentito.
Il cappotto mi impediva movimenti liberi, a mala pena riuscivo a tenermi a
galla. Poi una sferzata della corrente molto forte mi fece cadere giù, giù
con la testa, non respiravo.
Cercai di tirare fuori tutta la mia forza e per un po’ funzionò, ripresi
aria dai polmoni e provai di nuovo a chiamare aiuto, ma invano. La corrente
mi portava via, lontano dal punto in cui ero caduto, non riuscivo a nuotare
e a mala pena riuscivo a tenere la testa fuori dall’acqua.
Sentivo che le forze stavano venendo meno, le mie braccia non ce la facevano
più. Le gambe erano come paralizzate. Oh mio Dio, stavo morendo?
Era davvero arrivata la mia fine? Nessuno mi sentiva, nessuno mi cercava ero
solo contro la natura. Non c’era partita, avrebbe vinto lei. Provai di nuovo
in un impeto di forza ancora rimasta a risollevarmi, per prendere fiato. Ma
mi sentivo debole, le forze cedettero e sentii l’acqua sommergermi
completamente ed il mio corpo scendere giù, lentamente, lentamente … Così
era questa la mia fine, stavo terminando così la mia esistenza, senza
neanche avere la possibilità di provare ad essere felice, ad avere dei
sogni, magari realizzarli …
Casey, Chaz, mia zia Gwen, mia madre … non li avrei più rivisti. Mi mancava
l’aria, dovevo respirare … Provai ad aprire la bocca ma entrò solo acqua,
tanta acqua …
Poi mi sentii afferrare per un braccio, provai ad aprire gli occhi, a
mettere a fuoco e mi sembrò lei, il mio angelo, era bellissima …
Ero stordito, confuso. Intorno a me solo un brusio, nessuna voce ben
distinta. Solo tanto offuscamento nella mia testa, poche parole che non
riuscivo a decodificare in pieno: starà bene, si riprenderà … Ma respiravo,
la terribile sensazione di soffocamento era svanita. E’ stato ritrovato
svenuto lungo il fiume …
“Suo nipote è stato molto fortunato, mi creda. L’acqua dolce entra in
circolo molto più rapidamente dell’acqua salata. Chiunque gli abbia prestato
i primi soccorsi deve essere stata una persona molto esperta.”
“Il fatto che respiri da solo è una fattore positivo, vero?”
“Si, signora, un fattore prognostico positivo di sicuro. Comunque dobbiamo
tenerlo sotto osservazione perché le lesioni polmonari e l'ipossia possono
svilupparsi successivamente”.
“Lei crede che ci siano danni … permanenti?”
“Possiamo solo aspettare, ma nel frattempo stiamo ripristinando i livelli
dei gas nel sangue arterioso e somministrando O2 visto che il ragazzo
respira autonomamente.”
Ma di cosa stanno parlando? Le loro voci sembrano così lontane, come se
fossi chiuso in una stanza vuota in cui riecheggia ogni rumore, amplificato
e innaturale.
Devo aprire gli occhi, devo aprire gli occhi, devo aprire gli occhi …
“Dottore, ha mosso la mano!” La voce di Gwen questa volta mi parve più forte
e chiara.
“Mi faccia controllare.” Qualcuno si avvicinò al mio corpo, ne sentivo la
presenza. Mano a mano che i secondi passavano mi sembrava che la stanza
tornasse alla sua normalità, niente rimbombi, niente echi, sono un brusio di
sottofondo. “Si, reagisce agli stimoli.”
Qualcun altro si avvicinò al mio corpo, una voce più familiare, di nuovo la
voce di Gwen:
“Jaden, Jaden sono io, svegliati!”
“Signorina, ora deve allontanarsi!”
Con grande fatica riuscii ad aprire gli occhi, ma la luce della stanza mi
accecò. Provai un dolore fisico nel resistere al grande bagliore che mi si
parò di fronte.
“Si sta svegliando. Bene. Mi senti ragazzo?” Un uomo sconosciuto mi stava
chiamando, voleva parlare con me, ma io non ne avevo la forza. “Avanti!”
incalzava.
Aprii di nuovo gli occhi e questa volta la luce era più sopportabile, meno
intensa. Riuscii a focalizzare il dottore di fronte al mio letto. Era un
uomo con i capelli bianchi ed un viso molto rassicurante. Indossava un
camice verde e la mascherina.
“Dove sono?” Sussurrai con quel po’ di voce che mi era rimasta in corpo. Poi
mi venne da tossire in maniera brusca.
“Non si agiti, stia calmo. E’ in ospedale, la stiamo curando.” La sua voce
era così pacata da infondermi sicurezza.
“Come sono finito qui?” Ricordavo quasi nulla di ciò che mi era successo.
“Ora cerchi solo di riposare” Sentii una certa esitazione nella sua frase,
poi aggiunse: “Infermiera, venga.” Dopo qualche secondo di nuovo sprofondai
in un sonno pesante.
Quando riaprii gli occhi ero in una stanza diversa, più accogliente. Fuori
c’era il sole e sentivo l’odore dei fiori freschi. Provai a deglutire non
senza un certo fastidio, accorgendomi che avevo il tubicino dell’ossigeno
infilato nel naso.
Sulla mia destra, appoggiata ad una sedia c’era Gwen che dormiva in una
posizione tutt’altro che comoda. Provai di nuovo a deglutire, passandomi poi
la lingua sulle labbra screpolate.
Una flebo era stata inserita con un ago nel mio braccio sinistro e le gocce
di ciò che mi stavano iniettando scendevano lentamente.
“Gwen.” Uscì solo un sibilo, niente di comprensibile. Provai di nuovo, con
più energia. “Gwen!”
Questa volta andò bene, lei mi sentì e aprì gli occhi.
“Jaden!” Si mise subito dritta. “Come ti senti?” Mi fissava con aria
interrogativa e fortemente preoccupata.
“Credo … bene. Ma cos’è successo?”
“Amm … sei caduto nel fiume, qualche giorno fa. C’era un temporale e l’acqua
deve averti spinto molto lontano. Hai rischiato di annegare …” I suoi occhi
divennero lucidi e la sua voce si interruppe di colpo.
“Ho solo un vago ricordo.” Bisbigliai.
“Qualcuno deve averti salvato e prestato i primi soccorsi. Poi ha chiamato
l’ambulanza, ma non sappiamo chi sia.” Mentre mi parlava mi accarezzava la
fronte.
“Quanto tempo dovrò rimanere ancora?”
“Ormai sono due giorni che sei totalmente fuori pericolo, ma hanno preferito
tenerti sedato fino a ieri. Mi hanno detto che ti saresti svegliato oggi ed
infatti … Ora chiamo qualcuno e vediamo cosa ci dicono, ma non credo che
uscirai tanto presto.” Si sollevò dalla sedia e mi guardò in modo
circospetto.
“Che intendi dire?” Ma invece di rispondere alla mia domanda, mi diede un
bacio sulla fronte e lasciò la stanza dietro di se.
Per diversi minuti rimuginai sulle parole di zia Gewn, ma non riuscii a
capire se la sua fosse solo preoccupazione o se mi stesse nascondendo
dell’altro. Quello che era certo è che avevo un mucchio di domande da farle
per ricostruire tutto ciò che mi era successo.
Ricordavo solo alcuni flash, solo alcune parti dell’incidente e questo mi
innervosiva notevolmente. Volevo riuscire a richiamare alla mente tutto,
ogni singolo momento. Avevo scolpito nel cervello solo l’attimo in cui ero
caduto in acqua, poi più niente.
Lancia un’occhiata prima alla flebo che come un attimo prima, continuava a
dispensare il suo liquido lentamente e poi mi volsi di nuovo alla finestra
per contemplare quel cielo azzurro, sgombro da nuvole. Solo in quell’istante
mi accorsi che il profumo dei fiori proveniva dai girasoli infilati in un
vaso artigianale, creato con il fondo di una bottiglia di plastica
ritagliata. Probabilmente erano da parte di Casey, quelli erano i suoi fiori
preferiti e almeno questo lo ricordavo bene.
“Salve.” Mi disse all’improvviso una donna che con ogni probabilità era
l’ennesima dottoressa dell’ospedale. Mia zia era dietro di lei, quasi
volesse nascondersi.
“Salve.” Le risposi mostrandomi gentile.
“Io sono la dottoressa Hernandez, sono una psicologa e avrei piacere di
parlare con te.” Mi sorrise, ma una parte di me si rifiutava di averla in
simpatia. Sesto senso.
“Immagino sia preoccupata per lo stress post traumatico.” Dopo la morte di
mio padre e poi il problema di mia madre, mi costrinsero a delle sedute di
psicoterapia, per osservare se avevo superato il trauma del lutto e se non
ci fossero elementi che potessero far sospettare stress dovuto appunto ad un
trauma. Ed io di traumi ne avevo subiti parecchi.
Me la cavai piuttosto bene e le sedute finirono dopo qualche mese per la
gioia di mia zia e soprattutto la mia.
“Si, anche. Ma ciò …” Fece una pausa e si voltò a guardare Gwen la quale
fece qualche passo in avanti e si diresse all’altro lato del letto,
guardandomi con un’espressione che non mi piaceva neanche un po’.
“Ciò che ci preoccupa maggiormente … “ Continuò la dottoressa con un accento
spagnolo piuttosto marcato. “ … è capire la motivazione del tuo gesto.”
“La motivazione del mio gesto?” Sentivo che la conversazione stava prendendo
una piega inaspettata.
“Quello che sto cercando di dirti, è che vorremmo capire perché l’hai fatto.
Perché ti sei buttato nel fiume.”
“Cosa? Ma questo è ridicolo!” Ecco dove era diretto tutto il discorso.
Improvvisamente mi resi conto che Gwen e quella stupida dottoressa avevano
pensato che io avessi tentato di … togliermi la vita. Non c’era nulla di più
sbagliato ed insensato nei loro pensieri.
“Ascolta Jaden” Gwen prese il sopravvento. “Capisco che per te non sia
facile e probabilmente è anche colpa mia, ti sono stata poco vicina e così
tu avrai pensato di non avere altre possibilità. E mi dispiace, credimi, mi
dispiace.”
“Gwen!” Le dissi sollevandomi dal letto, con un bollore interno che avrebbe
potuto farmi esplodere da un momento all’altro. “Io non ho … non ho cercato
di suicidarmi, se è questo a cui stai pensando.”
“Ora cerchi di stare calmo” La dottoressa Hernandeza cercava di calmarmi
guardandomi con i suoi grandi occhi neri.
“Gwen, ti prego. Tu … tu devi credermi. E’ stato un incidente. Non potrei
mai fare una cosa del genere.” Le guardavo terrorizzato. Ora l’espressione
usata da mia zia non credo che uscirai tanto presto aveva assunto connotati
spaventosi.
“Jaden abbiamo ritrovato le tue cose in un punto del fiume dove non saresti
dovuto passare, ti sei avvicinato alla zona dove non c’è più il parapetto.
Che ci facevi lì?” Il suo sguardo era compassionevole.
“Io non lo so, va bene. Non lo so, non me lo ricordo. Ma di sicuro non
volevo morire. Forse qualcosa ha attirato la mia attenzione!” Che situazione
assurda, io non sapevo più cosa dire per convincerle del fatto che,
nonostante i miei problemi, io volevo vivere!
“Adesso non dobbiamo per forza parlare di questo. Riposati e vedrai che
piano piano le cose si sistemeranno. Faremo delle sedute e proveremo a
capire cosa ti sta facendo soffrire così tanto.”
“Dottoressa, io non ho bisogno né di calmarmi, né di riposarmi. Ho solo
bisogno di tornare a casa mia.” Poi guardai supplicante Gwen: “Ti prego Gwen,
non farmi questo. Portami a casa. Ti prometto che farò tutto quello che
vuoi, ma portami a casa con te!” Vista dall’esterno doveva risultare una
scena piuttosto patetica, ma io dovevo giocarmi tutte le mie carte per
riuscire a mettere i miei piedi fuori dall’ospedale. Non volevo finire come
mia madre, non volevo essere considerato un pazzo, tanto più che non lo ero.
“Dottoressa, lei crede che sia possibile seguire la terapia da casa?” Forse
avevo davvero colpito il cuore di mia zia.
“Oh beh, non è la prassi, effettivamente” Disse la donna, tirando su gli
occhiali.
“Capisco, però in questo caso credo che mio nipote potrebbe avere un
giovamento maggiore se stesse in famiglia, con me intendo. Ha già subito
tante perdite.”
“Beh, dovrà assumersene la piena responsabilità.” Disse con tono deciso che
rasentava il rimprovero.
Gwen mi guardò e poi quasi prendendo coraggio rispose: “Lo farò”.
Se non altro avevo ottenuto qualcosa, poter tornare a casa, ma non sarebbe
stato facile convincere chiunque delle mie buone intenzioni. Capii
all’istante che i miei amici, la scuola, tutti avrebbero creduto che il
povero Jaden, in preda alla depressione più acuta per le disgrazie
capitategli, aveva cercato di togliersi la vita.
Tornare a casa sarebbe stato un sollievo, ma non così grande come avrei
sperato.
Mia zia e la dottoressa si allontanarono dal mio letto, continuando a
parlare della mia situazione come se io non ci fossi. Uscirono fuori e le
loro voci divennero più lontane, fino a quando non riuscii più a capire cosa
stessero dicendo.
Chissà cosa avevo visto in acqua? Chissà perché mi ero spinto fin lì? Prima
o poi avrei ricordato e avrei dimostrato a tutti che dicevo la verità.
“Si può?” Vidi sulla soglia della porta i miei due più cari amici, Chaz e
Casey. Una strana sensazione di imbarazzo si impadronì di tutto il mio
corpo, al solo pensiero di ciò che loro avevano saputo o pensavano di me.
“Certo.” Dissi loro con un sorriso forzato.
Si avvicinarono e si sistemarono nelle due sedie che qualcuno aveva
posizionato sul lato sinistro del letto. Per qualche secondo nessuno riuscì
a dire nulla e il mio imbarazzo crebbe.
“Hey Jaden, la prossima volta che vorrai attirare la nostra attenzione su
dite, potresti escogitare un altro metodo?” Mi disse Chaz in tono sarcastico
e dentro di me lo ringraziai per aver interrotto quel disagio palpabile tra
noi tre.
“Prometto che mi impegnerò” Sorrisi sospirando.
“Ti sono piaciuti i fiori?” Casey timidamente pronunciò queste parole quasi
balbettando.
“Ah, immaginavo fossero i tuoi … sono dei girasoli.”
“Già.” Rispondeva a monosillabi.
Improvvisamente, osservando il viso di Casey mi ricordai cosa era successo
la mattina dell’incidente. Ero andato a casa sua, dovevo parlarle. In un
lampo davanti agli occhi passarono tutti i ricordi: la festa sulla spiaggia,
il nostro ballo, la mia decisione. La discussione con sua madre mi aveva
innervosito e poi aveva iniziato a piovere, a piovere, a diluviare …
“Jaden? Tutto ok? Se sei stanco noi possiamo passare domani.” Chaz mi
osservava in apprensione.
“Oh, no. Ero solo soprappensiero. Scusate.” Mi sollevai cercando una
posizione più comoda, per evitare che l’ago si muovesse nella vena.
“Sicuro?” Casey ebbe quasi un sussulto.
“Ahmm, sentite … è inutile che ci giriamo intorno. So cosa pensano i medici
e probabilmente è la stessa cosa che pensate voi. Ma io non ho cercato di
uccidermi. Chiaro?”
“Jaden non dobbiamo parlare di questo.” Chaz mi posò una mano sulla spalla
in segno di comprensione.
“No, noi dobbiamo parlarne e voi due mi dovete credere.” Almeno loro
dovevano essere dalla mia parte.
“Jaden noi vogliamo solo che tu stia bene, del resto non c’importa nulla.”
La dolce e cara Casey. Se neanche lei riusciva a darmi fiducia allora
significava che ero davvero spacciato.
“Ascoltate, presto ricorderò tutto e saprò darvi una spiegazione. Ma nel
frattempo non guardatemi come se fossi pazzo. Ok?”
“Va bene, stai tranquillo.” Rispose Chaz annuendo.
“Tu sai quanto ti vogliamo bene Jaden. Chiedici di andare sulla luna e noi
per te … lo faremo.”
Avrei voluto piangere, forse covavo molta rabbia dentro, ma non permisi alle
mie lacrime di vincere sulla mia forza di volontà, non dopo una
dichiarazione del genere. Lei continuava a sciogliere il mio cuore più e più
volte, e forse avrebbe continuato a fare così per sempre.
Il resto del tempo lo passammo a chiacchierare del più e del meno, di cosa
accadeva a scuola, sorvolando sui pettegolezzi che di sicuro già
circolavano.
Chaz e Casey seguivano un corso di cucina per avere 5 crediti scolastici e
la cosa mi fece sorridere, proprio non ce la facevo ad immaginarmeli dietro
i fornelli. Robert era ripartito qualche giorno dopo la festa e Chaz era
rientrato in possesso dell’auto solo per quel giorno, visto che suo padre
l’aveva messo in punizione per aver preso a pugni suo fratello.
Lui per tutta risposta, sistematicamente usciva di nascosto dalla finestra,
per evitare di sottostare alla tirannia, come lui stesso definiva la sua
vita a casa Shaw.
Poi Gwen irruppe in stanza e l’idillio terminò, bastava guardarla in faccia
per ricordare ogni singola parola dell’ultima conversazione avuta in questa
stanza.
“Jaden, allora tra un paio di giorni ti dimetteranno.” Disse con voce
sommessa. Poi aggiunse: “Io ora devo andare a casa, ma più tardi tornerò.”
“Gwen.” Le disse ad un tratto Casey. “Rimango io con Jaden questa notte. Tu
va a casa a dormire un po’, hai una faccia … da quant’è che non riposi?”
“Casey, tesoro, non preoccuparti. Tu hai la scuola.”
“Non è un problema, domani è sabato.” Sorrideva soddisfatta.
“Già l’avevo dimenticato. Pensandoci bene non sarebbe una cattiva idea, sono
a pezzi e comunque Jaden sta bene … non so … magari ne parlo con tua madre?”
“Oh, non preoccuparti, lei sa che sarei rimasta.”
Mia zia mi stava scaricando e la mia più cara amica stava facendo carte
false per passare la notte con me … in ospedale. Ero piuttosto confuso.
“Casey, sei hai bisogno di qualcosa chiamami” Si affrettò a dire Chaz, che
evidentemente aveva capito che lei voleva rimanere, ma da sola. Chissà se
avrei davvero riposato questa notte.
“Beh, Chaz, mi daresti un passaggio?” Gli occhi di Chaz si illuminarono
quando sentì la richiesta di mia zia. Io gli lanciai uno sguardo che lo
avrebbe inchiodato al muro se avesse avuto questo potere e lui si limitò a
scuotere la testa ridendo.
“Certo Gwen, ho l’auto qui sotto.” Sapevo che Chaz considerava mia zia molto
carina ed effettivamente lo era, ma che fosse lui a pensarlo mi creava un
senso di nausea fortissimo. Quando lei si voltò, lui mi salutò sussurrando
“Farò il bravo!” Se avessi potuto l’avrei stritolato con le mie stesse mani.
Diversamente da quelle che erano le mie aspettative Casey non si perse in
discorsi seri, impegnativi. Ma lasciò che la nostra conversazione prendesse
la piega del momento, andando avanti per ore, fino a quando il sole non
tramontò e anche oltre, ricordando i tempi passati ma senza che nessuno
rinfacciasse nulla all’altro, solo tanta voglia di tornare a sorridere e
lasciarsi dietro le spalle i brutti momenti. Era così bello vederla
tranquilla e probabilmente lei stava pensando lo stesso, probabilmente anche
a lei erano mancati questi momenti.
“Sai, qualche giorno fa stavo ripensando alle merende che ci preparava tua
madre.” In realtà sapevo esattamente quant’è che avevo avuto questo
pensiero, ma non volevo nominare il giorno dell’incidente.
“Già, come dimenticarlo. Chaz riusciva a finire tutto molto prima di noi e
alla fine mangiava sempre il doppio!”
“Questo l’avevo scordato. Hai perfettamente ragione.” Sorrisi.
“E quel giorno che decidemmo di costruire un camino con il cartone, nel mio
giardino!” Spalancò gli occhi divertita.
“Si, mi ricordo!” le dissi. “Era riuscito veramente bene, fino a quando non
decidemmo di accenderlo!”
“In realtà fu Chaz a dirci di farlo, non togliamogli il merito!”
“No, per carità. Ricordo ancora la sua faccia quando non sapeva come fare
per spegnerlo prima che tua madre se ne accorgesse!”
“Se dovessi elencare tutte le cavolate che combinava e che continua a
combinare Chaz, potremmo stare qui a parlarne tutta la notte,” Mi disse
poggiandosi con i gomiti sul letto, per stare un po’ più comoda.
“Beh lui è un po’, come dire, istintivo e fa le cose senza pensarci. Ma se
chiudo gli occhi e penso ai momenti più difficili, di una cosa sola sono
sicuro: lui c’è sempre stato.”
“Hai ragione.” Mi guardò con tenerezza e poi aggiunse: “Si è fatto tardi,
cerca di dormire ora.”
“Casey come faccio a dormire sapendo che tu sei qui che mi fissi?” Era quel
genere di scena che se fosse stata vissuta al contrario avrebbe visto me
nella parte dell’eroe, ma così, steso in un letto d’ospedale, con lei che si
prendeva cura di me, mi faceva sentire davvero fuori luogo.
“Avanti Jaden, dormirò anche io, che credi che passerò la notte a
guardarti?” Alzò gli occhi al cielo e sbuffò.
“Non lo farai?”
“Jaden ti ricordo che io sono un essere umano e gli esseri umani hanno
bisogno di dormire.”
“Dov’è finito il tuo romanticismo?” Quasi quasi mi sentivo punto
nell’orgoglio.
“Beh, non mi sembra romantico neanche il fatto che tu abbia dei tubicini nel
naso, la flebo e un camice aperto sul tuo di dietro.” Disse sbeffeggiandomi.
“Non sarai rimasta troppo tempo da sola con Chaz? Inizi a preoccuparmi.” Mi
infilai con il suo aiuto sotto le coperte, sprofondando nel cuscino morbido,
forse troppo morbido.
“Dici che sto diventando un mostro?” Serrò gli occhi con aria circospetta.
“Mmmmm … sei poco convincente, ma se devo far finta di crederti … si di
credere a questa nuova versione di Casey Bennet, va bene, ci credo.”
Mi controllò la flebo, poggiò una mano sulla mia fronte per sincerarsi che
non avessi la febbre.
Prese una coperta, se l’avvolse e si sistemò sulla sedia. Così rannicchiata
continuava a guardarmi, sperando che io mi addormentassi. Ma qualcosa mi
impediva di abbassare le palpebre, non riuscivo a prendere sonno sapendola
lì, sola e infreddolita.
“Vieni qui” Le sussurrai scoprendo un lembo della coperta.
“Cosa?”
“Le infermiere non passeranno prima di domani mattina. Dormi qui, con me.”
Il suo sguardo si fece serio, un’espressione che per la prima volta in vita
mia non riuscivo a comprendere.
“Jaden, non credo sia una buona idea.”
“Non è un modo per … voglio dire … siamo amici.” Dannazione, l’avevo fatto
di nuovo, avevo travalicato di nuovo il confine, quello che avrei dovuto
segnare per sempre se non fossi quasi annegato nel fiume. “Non riesco a
dormire se so che sei seduta su una sedia”.
“Jaden … diciamo che per me è un tantino più difficile restare un’intera
notte abbracciata a te e fare finta che sia solo … amicizia.” Fece una
pausa, poi aggiunse: “Né tanto meno mi sembra il caso di riprendere questo
discorso ora, se per te va bene.”
“Mi dispiace Casey, io non …” Mi sentivo uno schifo. Altro che nuova
versione di Casey, lei stava solo cercando di rendermi tutto più facile, lei
di nuovo pensava a me.
“Non fa niente Jad. Sto bene. Davvero. Devo solo andare … in bagno.” E si
alzò lasciando cadere la coperta a terra.
Credo ci mise davvero molto, o forse ero proprio esausto, perché non mi
accorsi del momento in cui Casey rientrò in stanza. Dormii profondamente
tutta la notte, ma fu un sonno agitato. C’era ancora un enorme e potente
demone che voleva la mia anima, io correvo come nel sogno precedente, ma
questa volta mi venne in aiuto qualcuno, qualcuno di molto familiare … si
trattava di Blome! Aprii gli occhi svegliato dal rumore del carrello che le
infermiere stavano facendo girare per il corridoio. Doveva essere molto
presto, perché si iniziava appena a vedere il sole filtrare delle tende.
Provai a sollevarmi e vidi Casey con la testa poggiata sul bordo del letto,
con la sua mano teneva la mia. La coperta le copriva le spalle ma
l’espressione del suo volto non era serena, forse aveva avuto degli incubi
anche lei?
Tornai con il pensiero a quella foto in bianco e nero, quella che si trova
ancora sulla mia scrivania. I nostri sorrisi di allora mi avevano spinto a
riflettere e a capire quale fosse la cosa giusta da fare. Il motivo per cui
la mattina dell’incidente ero andato da lei.
Guardarla dormire mi riempiva il cuore di tristezza: ancora una volta lei
era qui, ancora un volta sacrificava se stessa per me. Non potevo continuare
a prendere, a ricevere. Dovevo fare qualcosa di concreto perché lei potesse
vivere la sua vita senza impedimenti o ostacoli.
Casey era cresciuta, era diventata una ragazza forte, caparbia e leale. Non
meritava di vivere nell’attesa di un cambiamento, di una mia mossa diversa.
“Hey.” Le sussurrai non appena i suoi occhi si schiusero lentamente. Lei si
sollevò continuando a stringermi la mano.
“Da quanto sei sveglio?” Mi chiese bisbigliando.
“Da un po’”
“Come ti senti oggi?” Disse strofinandosi gli occhi e sbadigliando
assonnata.
“Bene, direi … bene.” Le sorrisi.
“Mi fa piacere”. Mi lasciò la mano e raccolse le ginocchia con le braccia,
raggomitolata sulla sedia, ancora infagottata nella coperta, con i capelli
arrufati.
“Casey, è da un po’ che pensavo di dirti una cosa importante.” Ero serio, la
fissavo negli occhi.
“E’ tutto ok?” La sua espressione era alquanto preoccupata.
“Stavo riflettendo sul nostro rapporto. Voglio dire, per tanto tempo siamo
stati grandi amici, poi ci siamo innamorati ed ora … non saprei dare una
definizione precisa di ciò che siamo ora”
“Oh beh, pensavo a qualcosa tipo … amici, ma amici veri …” Sussurrò.
“Si, questo senza ombra di dubbio. Ma un amico non può tenerti sulle spine
come faccio io con te, promettendoti chissà cosa, senza sapere se poi le mie
promesse potrò mantenerle.” Abbassai lo sguardo, mi sentivo profondamente in
colpa.
“Che intendi dire, io non capisco.”
“Intendo dire che non mi sembra giusto tenerti legata a me nella speranza
che prima o poi le cose tornino come un tempo.” Sapevo che sarebbe stata
dura affrontare l’argomento, ma non potevo immaginare che fosse così tanto
difficile.
“Ma non sei tu che mi tieni legata a te …”
“Casey, quello che voglio dire è che penso proprio che arrivati a questo
punto le cose non saranno mai più come prima. E non è giusto che io te lo
faccia credere, lasciandoti cullare dalla speranza che prima o poi avvenga
qualcosa che forse non avverrà mai.”
“ Jaden quello che provo io per te lo sai. Sarei un’ipocrita se di dicessi
il contrario.” Fece una lunga pausa, ma dal modo in cui mi guardava sapevo
che doveva aggiungere dell’altro. “Ma questa settimana ho temuto di perderti
per sempre. Non sai … non puoi immaginare come mi sono sentita, era come se
una parte di me si stesse spegnendo insieme a te, come se improvvisamente mi
mancasse un motivo per andare avanti. Perdere te, sarebbe come perdere
tutto.” Mi strinse di nuovo la mano, facendo sbucare il braccio da un
pertugio nella coperta. “Sai cosa ho pensato per tutto il tempo in cui sei
stato appeso tra la vita e la morte?”
Scossi la testa perché le parole non riuscivano a trovare il modo di uscire.
“Ho pensato che non avrei mai permesso a me stessa e nemmeno a te, di
rovinare tutto. Se avessi avuto una seconda possibilità di averti qui, vivo,
sano come lo sei ora, non avrei più sprecato i miei giorni per far tornare
le cose come un tempo. Ma da oggi in poi proverò solo ad andare avanti, in
qualsiasi modo sarà possibile farlo, purchè tu ci sia.”
Le sue parole mi scossero fino alle ossa, facendomi sussultare il cuore.
“Casey, sei consapevole del fatto che potrebbe non esserci mai più un ‘noi’
in senso … romantico del termine?” Volevo essere sicuro di aver compreso
fino in fondo il significato delle sue parole.
“Si, ma preferisco questo alla terribile sensazione di sapere che non ci sia
più un ‘tu’ da poter pronunciare.” I suoi occhi si riempirono di lacrime.
“Jaden, sono morta di paura. Non farmi … non farmi mai più una cosa del
genere …” Le sue lacrime si trasformarono in singhiozzi profondi. Mi
sollevai dal letto e la strinsi tra le mie braccia. La mia più cara amica
stava reprimendo i suoi sentimenti pur di non dover rinunciare a me. Ancora
una volta era lei la vittima sacrificale, e qualsiasi cosa decidessi di fare
per proteggerla, inevitabilmente era sempre lei che finiva con il proteggere
me. Sono sicuro che semmai qualcuno avesse provato a colpirmi lei si sarebbe
messa tra me e quel qualcuno senza pensarci su due volte. Anche io farei lo
stesso per lei. Ora e sempre.
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