CAPITOLO VI – Casey – “Un
bacio mancato”
Non so se l’anima mi bruci più per il fatto che Jaden possa anche solo aver
pensato di porre fine alla sua esistenza, o se l’ultima conversazione avuta
mi abbia finalmente aperto gli occhi e fatto capire che un “noi in senso
romantico” non ci sarà davvero.
Quando l’anima brucia è un dolore che gli altri non vedono ma che ti consuma
e ti lacera giorno dopo giorno, fino a farti perdere anche ciò che di buono
avviene attorno a te. L’unica piccola e magra consolazione era sapere che
Jaden stava bene, che l’avevano dimesso e che ora finalmente era a casa sua.
Sono stata sul punto di perderlo e perderlo sul serio e la cosa mi ha
talmente destabilizzata che ora qualsiasi altra soluzione che non fosse la
morte, era stranamente consolatoria. Consolatoria e dolorosa allo stesso
tempo, perché comunque richiedeva una rinuncia. Ma forse, quando sai che
questa rinuncia potrà permettere a qualcuno di ritrovare se stesso e
riprendere a respirare aria nei polmoni, allora il sacrificio assume
connotati di salvezza e pur bruciando l’anima, rende il cuore più leggero,
stranamente più leggero.
Seppur tutto questo aveva un senso io non riuscivo a trovare il mio perché,
e questo mi rendeva nervosa, silenziosa e taciturna. Sentivo che una linea
era stata tracciata ed ora avevo ben chiaro ciò che c’era stato prima e ciò
che avrebbe potuto esserci dopo e di sicuro non coincideva con ciò che avrei
sperato. Ma d'altronde, la vita poteva ancora stupirmi.
Passai tutto il tragitto in macchina con Chaz senza aprire bocca. Chissà
quanto pesavano anche a lui i miei silenzi. Me ne accorgevo dal modo in cui
tamburellava le dita sul volante dell’auto, a come si voltava a guardarmi
senza ottenere nessun cenno, mentre ascoltavamo a tutto volume la canzone
dei OneRepublic Stop And Stare.
Ma cosa potevo dirgli? Avevi ragione, avevi soltanto ragione, a volte
lasciar andare le persone è la soluzione più giusta.
E proprio come canta questo stupido ritornello I think I’m moving but I go
nowhere
Ora tutto era più chiaro e comparivano dei contorni ben definiti. La vita va
avanti, si cresce e non tutte le cose che si pensava potessero rimanere
inalterate lo rimangono davvero. E’ dura prenderne coscienza, ma quando si
arriva a questo livello di comprensione si può certo affermare che si è ad
un passo da fare quel salto che ti spinge al di là del mondo adolescenziale,
e ti butta dritto verso quello degli adulti, che a dirla tutta, non è che
avessi così tanta fretta di conoscere.
“Bene ragazzi, oggi impareremo a preparare degli antipasti.” Il professore
Keen del corso di cucina sembrava sempre così entusiasta di ciò che tentava
di insegnare. Io invece iniziavo a vivere quell’ora semplicemente come
un’opportunità, anche il mio entusiasmo iniziale era andato via via
scemando. Non mi piaceva cucinare, non mi piaceva l’idea di fare la
casalinga o di aprire un ristorante. La mia era stata solo una scelta
subdola dettata dall’incapacità di sopportare lo stress da palcoscenico.
“Hey Casey, se continui a distrarti così finirai con il tagliarti le dita.”
Mi disse Chaz dandomi un colpetto sulla spalla.
“Oh, beh, mi dispiace …” Non lo guardai neanche e non mi resi conto che la
mia risposta non avesse molto senso.
“Ti dis … Casey, sei sicura di stare bene?”
“Si” Alzai lo sguardo questa volta accennando un mezzo sorriso. Gli occhi di
Chaz quando c’è il sole che li illumina, sono di un azzurro profondo,
intenso. A volte sembra quasi che riesca ad ipnotizzarti.
“Perché se tu ne avessi voglia … lo sai che puoi sfogarti con … me.”
Avevo la stessa sensazione di qualcuno che prova a camminare sulle uova o
sui vetri rotti e cerca di non dire quella parola di troppo che potrebbe
spezzare tutto o provocare dolore.
“Ti ringrazio Chaz, ma a dire la verità non ho molta voglia di parlare.” Mi
rimisi a testa bassa, intenta a seguire le istruzioni del Professore.
“Jaden è a casa, l’hanno dimesso. Ma probabilmente tu questo lo sai già.” Il
tono di voce usato era strano, inusuale, come se Chaz volesse intendere
qualcosa che in quel preciso istante mi sfuggiva.
“Si, ieri mattina. Fortunatamente ora sta bene.” Lo osservavo in attesa che
sganciasse la bomba.
“Ma per te non è abbastanza … vero?” Ecco, i suoi occhi ora rasentavano la
tristezza, come se volessero esprimere tutto il dolore che ne sarebbe
derivato dopo che io avrei risposto a quella domanda.
“No, ti sbagli. Ho imparato la lezione.” Tagliai brusca il discorso e
probabilmente Chaz lo notò, perché non tirò più fuori l’argomento per tutta
la mattinata.
Verso la fine dell’ora il professore iniziò a girare tra i banchi per
osservare i risultati ottenuti. Io contemplavo il mio piatto, riflettendo
sul fatto che molto probabilmente non avrei ottenuto un gran che in termini
di valutazione. Sono quasi convinta che mi manchi il gene dell’arte
culinaria. Neanche quello di Chaz era perfetto, ma messo al confronto con il
mio evidenziava un certo non so che. Cruditè di zucchine e cipollotti
piccanti, con salsa di gorgonzola, che a dirla tutta puzzava terribilmente.
“Signorina Bennet!” Esclamò il signor Keen. “Ecco, come dire … forse lei ha
tante qualità, ma la cucina non mi sembra il suo forte.”
Sapevo che aveva ragione ma sentirselo dire così davanti a tutta la classe
fu davvero imbarazzante. Non pago del suo commento umiliante, continuò
dicendo: “Visto che il suo compagno di corso ha eseguito un lavoro
eccellente, non poteva farsi aiutare? Fossi in lei nel secondo semestre
proverei a scegliere un’attività che più si confaccia alle sue attitudini.”
Se avessi potuto nascondermi sotto il banco per non essere vista da nessuno,
l’avrei fatto di sicuro. Credo anche di essere diventata rosso fuoco, perché
sentivo la temperatura delle guance salire a livelli altissimi. Fu in
quell’istante che Chaz decise che il mio problema stava diventando un suo
problema:
“Beh, professore, in realtà c’è una spiegazione per cui il piatto di Casey
esteticamente non sia il massimo.” Lo guardai sgranando gli occhi, per me
era già sufficiente una figura pessima, farne due nel giro di qualche minuto
mi sembrava eccessivo.
“Che intende dire?” Il professore sembrò scettico almeno quanto me.
“E’ che io … continuavo a chiederle aiuto perché non sapevo … come procedere
in certi passaggi, così lei ha perso tanto tempo con me e alla fine ha
dovuto far tutto in pochi … minuti. Ma le assicuro che il sapore è
eccezionale.” Prese un pezzetto con la forchetta e assaggiò annuendo con la
testa in senso positivo.
“Signor Shaw, lei ha tutta l’aria di essere un grande fan della signorina
Bennet, ma le assicuro che se, come credo, Casey abbia messo delle zucchero
anziché del sale nella pietanza, quello che ora lei ha in bocca e che tenta
di far passare come una prelibatezza, non sia altro che qualcosa dal sapore
notevolmente sgradevole, per non dire altro.” Il professore sembrava
divertito, mentre agitava in aria il contenitore dello zucchero che
effettivamente avevo utilizzato come sale. Capii che stavo facendo davvero
un’altra pessima figura e che Chaz nel tentativo di aiutarmi aveva
peggiorato le cose. Lo guardai in attesa che lui rispondesse qualcosa di
sensato, ma mi accorsi che aveva qualche difficoltà a deglutire il boccone.
Dopo qualche secondo prese fiato e con le lacrime agli occhi, continuava a
decantare le mie lodi in maniera spudorata:
“Ma le assicuro che un pizzico di zucchero non ci sta male, gli dona un
sapore … come dire … agrodolce.”
“Mmmm, bhè, sarà per questo che i suoi occhi sono arrossati allora.” Il
professore rise, si voltò e passò oltre. Io avrei voluto fuggire il più
lontano possibile, ma mancava ancora qualche minuto alla fine dell’ora.
“Chaz, la prossima volta, non sarebbe meglio che tu ti faccia gli affari
tuoi!” Gli dissi porgendogli un bicchiere d’acqua.
“E tu hai la minima idea di quanto facesse schifo quella cosa che ho messo
in bocca? Dio Santo Casey, ma che avevi intenzione di produrre un’arma
chimica?” Si dava dei colpetti sullo sterno per far scendere il cibo.
“Non sei affatto divertente!” Finsi di essermi offesa.
“Ma come, mi sono immolato per te e non mi dici neanche grazie?” Sbatteva
gli occhi come fosse una specie di imitazione di un cerbiatto.
“E piantala!” Con la mano allontanai il suo viso con forza.
“Cosa vedo? E’ un sorriso quello?” Mi disse compiaciuto nell’essere riuscito
a strapparmi un attimo di felicità. Io sospirai e mi accorsi solo in quel
momento che Chaz aspettava da tutta la mattina che io sorridessi.
L’ora delle mensa arrivò in fretta. Presi distratta il mio vassoio e mi misi
in fila ad attendere il mio turno. Oggi avrei mangiato solo un’insalata e
della frutta.
“Finalmente qualcosa di commestibile!” Chaz sghignazzava alle mie spalle.
“Per quanto tempo andrai avanti con questa storia?” Sbuffai.
“Tu sei sempre così perfetta, precisa, che l’idea di aver trovato un tuo
punto debole … mi eccita tantissimo” Prese dell’insalata, ci mise il sale e
l’aceto. Poi la posò sul mio vassoio.
“Come facevi a sapere che volessi solo l’insalata?” Ero piuttosto
sbalordita, sembrava che conoscesse i miei pensieri.
“Perché di solito, quando sei nervosa o agitata, non mangi se non l’insalata
o un frutto.”
“Mmmmm … mi conosci così tanto?” Accennai un sorriso osservando il mio
vassoio e la ciotola di insalata.
Lui riempì il suo con un mucchio di schifezze, che in qualche modo poi alla
fine riusciva a smaltire visto che il suo fisico era sempre così asciutto e
perfetto. Forse era per questo che tutte le ragazze della scuola avrebbero
fatto carte false per lui. Persino io, a volte, notavo la sua bellezza.
“Certo che ti conosco.” Mi disse indicandomi con il braccio la strada da
seguire verso il tavolo e, come un perfetto gentiluomo, mi fece passare per
prima. “Più di quanto tu immagini.”
Notai un certo coinvolgimento emotivo in quello che disse e presagii una
conversazione piuttosto scomoda, alla quale non avrei potuto sottrarmi visto
che eravamo solo io e lui. Avrei potuto decidere di sedermi con Alexis e
Melissa, le mie compagne di biologia, ma sapevo che in questo modo lui si
sarebbe fiondato alla carica, visto che la conquista dell’altro sesso era
una specie di imperativo, e l’idea di starmene lì ad osservarlo flirtare
prima con l’una e poi con l’altra era fuori questione. E poi, comunque,
sarei dovuta tornare a casa in macchina con lui, perciò rimandare non aveva
senso.
Ci sedemmo ad un tavolo vuoto e presi in mano la forchetta, senza guardarlo
in faccia.
“Posso farti una domanda?” Mi chiese con un’espressione così seria, da farmi
preoccupare.
“Certo.” Bisbigliai osservandolo e cercando di carpire qualche informazione
in più direttamente sai suoi occhi, ma il tentativo fu vano.
“Beh, è tutta la mattina che ci penso e avrei anche potuto prendere questo
discorso per vie traverse o facendo voli pindarici, ma poi alla fine mi sono
detto: hey, è solo Casey, di che ti preoccupi?” Era nervoso, particolarmente
nervoso. Dondolava con la sedia avanti e indietro e si toccava la nuca con
la mano.
“Non credo di riuscire a seguirti molto.” Anche se in realtà ormai temevo la
resa dei conti.
“Quello che sto cercando di dirti è che vorrei sapere …” Smise di dondolarsi
e si avvicinò al mio viso, quasi per paura di non farsi sentire dagli altri.
“Come mai dal giorno del ballo a casa McDowel mi eviti?”
“Ma di che diavolo parli?” Sapevo che prima o poi avrebbe tirato fuori il
ballo. Quella sera per la prima volta in dieci anni di vita che conoscevo
Chaz, ballando con lui avevo sentito qualcosa. Non sapevo dare un nome ben
preciso a ciò che avevo provato, ma qualsiasi cosa fosse mi destabilizzò.
“Hai ragione. Mi spiego meglio. Non eviti me, ma eviti di parlare per più di
trenta secondi con me.”
“Forse perché non ho molto da dire.” Scossi la testa.
“O forse hai solo paura?”
“Potresti evitare di fare questi giochetti psicologici con me e andare
subito al dunque?”
“Ok. Parlo del fatto che mentre ti tenevo … mentre ti tenevo stretta tra le
mie braccia, per un attimo è stato come se tutto quello che c’era intorno
fosse scomparso, come se non fossi più con la mia migliore amica a ridere e
scherzare, ma come se fossi con una donna, che guardavo negli occhi e che,
sono quasi sicuro, mi guardava con la stessa identica intensità.”
Improvvisamente il mio stomaco si chiuse e le mie guancie si accaldarono.
Ero incapace di controbattere Chaz? Io che l’avevo sempre spuntata
verbalmente con lui, ora mi sentivo sconfitta e in preda alle più forti e
violente esaltazioni dell’anima? I suoi occhi erano così penetranti da
impedirmi di guardare altrove. Ero inchiodata sulla sedia senza sapere cosa
dire, senza riuscire a trovare le parole più adatte a fare meno danni in
quella situazione assurda in cui mi ero cacciata.
“Chaz …” quasi balbettavo. “Io non ti ho evitata. Sono successe tante cose,
ricordi? Il nostro amico Jaden ha rischiato di morire, per cui forse non
dovrebbe sorprenderti se la mia mente era un tantino focalizzata su altro.”
Abbassai lo sguardo per sfuggire alla sua calamita naturale.
“Potremmo non parlare di Jaden adesso? O quanto meno, potresti non usarlo
come alibi?”
“Alibi di cosa? Ti sto solo rispondendo.” Sapevo dove Chaz volesse andare a
parare, ma non era la direzione che avrei voluto prendesse il nostro
discorso. Era assurdo anche solo pensare che ne stessimo parlando.
“No, tu fai finta di rispondere, ma eludi le mie domande.” Era sempre serio
e proteso verso di me.
“Allora forse ho perso il senso della tua domanda!” Provai a sfidarlo, per
vedere se aveva davvero il coraggio di chiedermi ciò che anche lui non
voleva dire a chiare lettere.
“Casey. Quello che io vorrei sapere è se la tua paura, il tuo schivare
questo discorso, non dipenda dal fatto che forse quel ballo non è stato solo
un ballo.”
“Non essere ridicolo! Era nient’altro che un ballo!” Dissi alzando la voce.
“Se è stato solo un ballo, perché ti scaldi così tanto?” Sospirò e senza
neanche attendere la mia risposta, si alzò dal tavolo e andò via,
lasciandomi lì, da sola, con la mia insalata intatta.
Come ero confusa! Una parte di me in quel momento avrebbe voluto iniziare ad
urlare e a chiedere implorante di essere lasciata in pace. L’altra parte di
me rifiutava categoricamente di assecondare l’insulsa idea paventata da Chaz
circa il fatto che tra me e lui fosse nato qualcosa. Perché immagino fosse
questo ciò che lui cercava di farmi ammettere.
Era impossibile, fuori discussione e soprattutto ingestibile. Tre
motivazioni che mi avrebbero impedito anche solo di prendere il
considerazione la possibilità di riflettere sulla questione.
Semplicemente non aveva ragione d’essere, io e Chaz avevamo un solo futuro
possibile, ed era in veste di amici. Nient’altro. Non potevo rischiare di
mettere in pericolo anche la nostra amicizia solo per assecondare una sorta
di esperimento chimico tra i nostri corpi. Perché in fondo di questo si
trattava, improvvisamente avevamo scoperto che lui era un ragazzo ed io una
ragazza e che in quanto tali, dovevamo fare i conti con i nostri ormoni. Non
c’era altra spiegazione plausibile a questo nostro improvviso, inaspettato,
inimmaginabile momento di follia.
Ma di cosa stavo parlando? Molto probabilmente era anche meno rilevante di
quello che io stessa pensassi. Si, sicuramente si trattava di qualcosa di
minore entità, stavo rischiando di ingigantire una semplice discussione e di
farla diventare più grande di quanto fosse.
Probabilmente lui neanche le pensava tutte le cose che la mia mente aveva
costruito per dare una giustificazione alle mie palpitazioni. Era l’ennesimo
capriccio di Chaz ed io ero solo piuttosto confusa visto che l’amore della
mia vita mi aveva completamente cancellata.
Senz’altro le cose stavano in questo modo. Chaz era in astinenza da
relazione pseudo sentimentale ed io avevo il cuore in mille pezzi. Il resto
è stato solo un’enorme abbaglio.
Presto l’avrei incontrato, gli avrei esposto il mio pensiero e tutto sarebbe
tornato a posto, rispettando l’equilibrio cosmico delle nostre esistenze.
Che stupida sono stata a non prendere in mano la situazione, così da far
rinsavire subito anche Chaz ed evitargli tutto quel nervosismo di pochi
minuti prima.
Mi accorsi solo allora che molti dei miei compagni mi fissavano, mentre io
ero seduta in sala mensa con la forchetta in mano in preda alle mie
elucubrazioni.
“Casey, tutto ok?” Alexis si era alzata e si era avvicinata alla mia sedia.
“Ah, si, si tutto ok!” Sorrisi annuendo.
“Sei sicura, perché prima parlavi da sola e … forse sei ancora un po’ scossa
per quello che è successo a … Jaden?” Parlavo da sola? Oddio, qualcuno avrà
decodificato qualcosa?
“Si, effettivamente si. Ma cosa dicevo .. esattamente?” Corrugai la fronte
in attesa del verdetto.
“Niente di comprensibile, perché bisbigliavi tra i denti, ma gesticolavi
parecchio e si, insomma, hai attirato un bel po’ d’attenzione” Rideva
divertita.
“Capisco” Mi alzai e presi lo zaino mettendolo sulle spalle. “Oggi deve
essere proprio la mia giornata. Sto collezionando figuracce una dopo
l’altra.”
“Oh beh, a volte capita. L’importante è che tu stia bene”
“Si, certo.” Sorrisi amichevolmente, in fondo Alexis era una delle poche
ragazze di Grensteere con cui riuscivo ad avere un dialogo. Mia madre ne
sarebbe stata davvero contenta se, avessi coltivato questo tipo d’amicizia
anche fuori dalla scuola. All’inizio uscivamo anche insieme di tanto in
tanto, ma poi le mie esigenze cambiarono e così Alexis assecondava il mio
strano modo di concepire l’amicizia e si limitava a scambiare quattro
chiacchiere con me a scuola.
“A proposito” stava quasi per andar via, ma poi si voltò. “Hai iniziato la
ricerca di letteratura spagnola? Sai quella sull’’opera ‘Don Álvaro o la
fuerza del sino’”
“Ecco cosa dimenticavo! Devo passare nella biblioteca a prendere alcuni
libri.” Salutai Alexis e decisi di prendere ciò di cui necessitavo. Don
Álvaro era un personaggio alquanto strano per i miei gusti e piuttosto
sfortunato. Nel tentativo di fuggire con la donna amata, aveva
accidentalmente procurato la morte del padre di lei. Da quel momento in poi
non la rivedrà più se non quando lei verrà uccisa. Lui, non potendo vivere
senza la sua amata, si getterà da un dirupo. Il professor Gomez adorava il
Duque De Rivas, io trovavo questi gesti estremi un po’ forti, e soprattutto
non sarebbe stato meglio farci leggere un’opera che desse una qualche
speranza a chi, pur soffrendo le pene dell’inferno per amore, riuscisse a
risalire a galla con le sue sole forze? Ma evidentemente così l’opera
sarebbe apparsa meno romantica ed il suicidio degli innamorati è sempre
stato un elemento presente nelle opere più famose del mondo, a partire da
Romeo e Giulietta fino ad arrivare a I dolori del giovane Werther. Ma questa
ovviamente era un mia opinione. In fondo anche Jaden mi aveva più volte
ribadito il concetto che non saremmo più stati una coppia di innamorati, ma
non ho mai pensato, neanche per un secondo, che non valesse la pensa vivere
per questo. Forse perché in cuor mio la speranza era ancora accesa? Forse
come il giovane Werther, finchè non avrò la realtà sbattuta in faccia,
continuerò a far finta di nulla?
Riflettendo spasmodicamente sulle vicende della letteratura mondiale, mi
ritrovai tra gli scaffali della biblioteca scolastica, alla ricerca
dell’opera del Duque de Rivas che purtroppo non avevo ancora letto, anche se
conoscevo la storia.
Non c’erano molti ragazzi a quell’ora e i pochi erano seduti nei tavoli a
fare i compiti o forse erano lì in punizione. La sezione di letteratura
iberica era in fondo, dopo gli scaffali di scienze, chimica e storia. Cercai
di trovare anche qualche altro libro che potesse essermi utile, prendendone
alcuni, sfogliandoli e rimettendoli a posto se mi accorgevo che non facevano
al caso mio. Ero completamente assorta dalla lettura, leggere i romanzi era
una mia grande passione. In quel momento mi sentivo catapultata in un mondo
parallelo, dove potevo rifugiarmi ogni volta che la realtà diventava
insostenibile. Lì c’erano tante storie di tanti personaggi a cui avrei
potuto dar vita nella mia mente in qualsiasi momento della giornata.
D’un tratto mi sembrò di sentire un rumore venire dall’altro lato dello
scaffale. Mi fermai e mi voltai cercando di osservare se ci fosse qualcun
altro insieme a me. Ma non c’era nessuno. Probabilmente l’avevo solo
immaginato. Rimasi in ascolto qualche secondo, non sentendo nulla tornai
alla mia lettura, ma avevo una certa fretta e provavo un certo disagio.
Di nuovo un rumore, questa volta più forte. Casey … Mi voltai di scatto
qualcuno mi stava chiamando, doveva esserci qualcuno, era impossibile averlo
sognato di nuovo. Eppure era tutto come un minuto prima, non c’era anima
viva. Provai a camminare dall’altro lato dello scaffale, ma neanche lì c’era
nessuno. Io però ero sicura di aver sentito il mio nome.
Un brivido mi percorse la schiena, ed un’improvvisa sensazione di paura mi
avvolse completamente, come se fossi totalmente pietrificata ed
impossibilitata a muovermi. Che cosa mi stava succedendo?
Iniziai a prendere i libri più in fretta possibile, li impilavo sulle mie
braccia uno dopo l’altro. Volevo solo andarmene da lì il più veloce
possibile, pur non essendoci una ragionevole motivazione. “Ahhhhhhhhhh”
Urlai con tutto il fiato che avevo in gola, quando qualcuno mi tocco sulla
spalla, facendo cadere tutti i libri a terra. Il cuore in gola mi impediva
di respirare regolarmente.
“Casey, sono solo io, Chaz.” Lui mi guardava esterrefatto come se fosse di
fronte ad una pazza invasata e mi rendevo conto che in quel momento non era
molto difficile sembrarlo.
Quando lo vidi e realizzai che era davvero lui, il mio corpo iniziò a
rilassarsi anche se i battiti del mio cuore continuavano ad accelerare,
questa volta per una motivazione diversa.
“Scusami Chaz, non ti avevo sentito arrivare.” Preferii non raccontargli che
avevo udito delle voci o strani rumori, non mi sembrava il caso.
“Si, ma sei in una biblioteca e per giunta a scuola, chi diavolo poteva
esserci qui se non tu, qualche studente e la bibliotecaria?”
“Si, hai ragione, sono solo un po’ … nervosa.” Dissi accennando un sorriso e
recandomi verso la Signorina Smith per indicarle i titoli dei libri che
avrei dovuto riconsegnare entro 5 giorni.
“Oh bene El Duque De Rivas. Anche tu devi fare la ricerca?” Mi disse Chaz
sbirciando tra i miei volumi.
“Si. Frequentiamo lo stesso corso, la stessa scuola. Non lo trovo così
strano.” Risposi sarcastica cercando il più possibile di evitare discorsi
seri. Non mi sembrava quello il momento per dirgli che volevo riprendere la
discussione di prima e che volevo riprenderla per smontare pezzo dopo pezzo
la sua teoria.
“Quello che intendevo” continuò mentre la signorina Smith scriveva i titoli
sotto il mio nome. “E’ che se vuoi potrei prestartela, io l’ho già fatta e
magari potrebbe esserti utile.”
Dunque anche lui aveva preferito la strada dell’indifferenza? Bene, forse
questo era l’unico caso in cui l’indifferenza mi avrebbe offerto una chance.
“Non preoccuparti. Lo sai che mi piace leggere.” Feci spallucce.
Ci dirigemmo verso l’aula di biologia in silenzio, un imbarazzante silenzio,
peggio di quello della mattina nella sua auto, almeno lì c’era la musica a
riempire il vuoto.
Prima di entrare in aula, mi prese per un braccio e mi bloccò. Io lo
guardavo in attesa che mi dicesse qualcosa, e nel frattempo mi persi di
nuovo completamente nei suoi occhi.
“Per quanto riguarda il discorso di prima, non pensare che stia facendo
finta di nulla. Ti sto solo concedendo del tempo.”
“Per cosa?”
“Per riflettere. Non mi piace lasciare i discorsi a metà.”
Detto questo, mollò la presa ed io ricominciai a respirare a fatica, mentre
il mio cuore ripartiva a tamburellare così forte da far paura. Poi entrò in
aula e si sedette al solito posto.
Poco dopo lo imitai, ancora perplessa e totalmente persa nei meandri dei
miei pensieri.
Il professore entrò qualche istante dopo annunciando: “Test di biologia!”
Come avevo fatto a dimenticarlo? Oggi era davvero una di quelle giornate da
cancellare.
All rights
reserved. No part of this site may be copied, reproduced or stolen